Il consiglio tipico che ci danno durante un colloquio di lavoro è quello di rilassarci, essere noi stessi. Per fare carriera è meglio non seguirlo. Una ricerca dell’università di Greenwitch ha stabilito che alle nostre relazioni personali la sincerità fa tanto bene quanto è deleteria in quelle professionali.

Ovviamente, è una questione di equilibrio. Ma il concetto più volte espresso dai guru new age qualche anno fa non è adatto alla carriera, come spiega il dottor Oliver Robinson, autore dello studio:

«Nella nostra casistica solo il 34 per cento delle persone non ha cercato di proiettare informazioni false per impressionare la gente, e solo il 3 per cento non ha nascosto i suoi sentimenti al lavoro. La gestione delle impressioni è di rigore sul lavoro.»

Gestione delle impressioni altrui. Non si può fingere di avere un’altra personalità – prima o poi si verrebbe scoperti – ma nemmeno essere completamente trasparenti. E gli esempi vengono subito alla mente. Chi di noi potrebbe davvero essere del tutto sincero nel rispondere a domande del capo quali «Cosa ne pensi del mio lavoro?» oppure «Ti piace lavorare qui?», oppure «Hai finito quel lavoro che ti ho lasciato prima delle vacanze?».

Insomma, lo studio preme per la conduzione di una vita secondo diverse modalità, sfumature, e non secondo una ricetta della felicità personale che in ambito professionale non garantisce gli stessi benefici di quelli registrabili negli affetti. Una varietà di impostazioni che assomiglia molto alle capacità che le nostre stesse macchine ci chiedono: se dobbiamo essere multitasking negli ambienti virtuali, non lamentiamoci, visto che anche nella vita di tutti i giorni ci viene richiesta questa abilità.

Fonte: MarieClaire