Dopo i vampiri innamorati, è la volta degli zombie: tratto dall’omonimo romanzo di Isaac Marion nato in rete e diventato in breve tempo un vero e proprio best seller, Warm Bodies porta sul grande schermo l’insolita e divertente storia di R, il non morto che ha avuto la benedizione di Stephenie Meyer, creatrice della saga di Twilight e a tutti gli effetti esperta di storie romantiche tra umani e creature horror dai sentimenti spiccati. Dietro la macchina da presa di quello che è già stato annunciato come il teen movie dell’anno, c’è Jonathan Levine, per l’occasione anche autore anche della sceneggiatura.

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Chi meglio di Nicholas Hoult poteva interpretare il ruolo dello zombie dal cuore tenero in Warm Bodies? Viso fresco, una discreta filmografia alle spalle e una spiccata capacità di mettersi in gioco in un ruolo fatto di linguaggio del corpo e ben poche battute; al suo fianco, oltre all’amico zombie M interpretato da Rob Corddry, c’è Teresa Palmer, giovane attrice australiana chiamata a recitare nel ruolo di Julie, figlia del Grigio John Malkovich.

R (Hoult) è uno zombie in crisi: mentre i suoi simili attaccano e divorano i cervelli degli esseri umani ancora sani, il ragazzo è pieno di dubbi esistenziali che lo spingono a sognare di ritrovare un’esistenza normale. L’incontro con Julie (Palmer), la fidanzata del ragazzo a cui mangia il cervello scoprendone così i ricordi più intimi, darà il via a un importante cambiamento: il processo che l’ha portato a essere un non morto sembra pian piano invertirsi e a diffondersi tra gli altri; scatta così una lotta contro il tempo capace di cambiare le sorti del mondo intero.

Come sarebbero Giulietta e Romeo al tempo degli zombie? Probabilmente così, senza l’inconveniente del suicidio per amore; c’è addirittura la scena del balcone, sicuramente più insolita e ridanciana della versione shakespeariana. R è uno zombie atipico: ragiona, cerca un contatto con i suoi simili e in particolare con l’amico M, colleziona oggetti di ogni genere e addirittura s’innamora, gettando alle ortiche anni e anni di letteratura dell’orrore. Nonostante ciò, nel bene o nel male che sia, è impossibile non affezionarsi al suo personaggio, belloccio e sarcastico al punto giusto sia per il pubblico teenager che per le spettatrici più grandi che hanno già apprezzato la versione cartacea del film.

C’è da dire che, rispetto al romanzo di Marion, le differenze ci sono e si sentono; vale però anche in questo caso la regola di ogni adattamento cinematografico: è spesso difficile e poco utile all’economia della narrazione riportare in maniera estremamente fedele ogni singolo passaggio dell’originale. Certo è che, nonostante alcune limature piuttosto sostanziali, il film riesce comunque a mantenere almeno in parte l’incisività del romanzo, sebbene la versione cinematografica punti, senza troppi indugi, in maniera poco nascosta sul tema dell’innamoramento molto più del suo omonimo.

Non avrà nulla a che vedere con le canoniche storie di zombie, però Warm Bodies riesce a essere divertente e ironico, senza mai cercare di strafare o prendersi troppo sul serio. È proprio questo il punto di forza della pellicola di Levine, il quale riesce a mescolare in maniera intelligente e mai stucchevole, evitando così i paragoni con la precedente saga dai canini appuntiti con cui ha in comune gli stessi produttori, una concreta dose di sentimenti a un umorismo tagliente e originale, adatto ai cuori teneri così come agli appassionati più scanzonati del genere horror.