Ritornano sul grande schermo, dopo cinque anni di assenza dal deludente terzo capitolo e uno scialbo spin off dedicato all’amatissimo Wolverine, i mutanti più famosi di fumetti e cinema con “X-Men: L’inizio“. Un gustosissimo prequel diretto con sapienza dall’inglese Matthew Vaughn, già regista e sceneggiatore di “Stardust” oltre a un pugno di pellicole accolte positivamente da pubblico e critica, il nuovo film dedicato ai personaggi creati a partire dal 1963 dal grande Stan Lee si dedica completamente agli eventi che hanno contribuito a formare i due allora giovani Professor X, il neolaureato esperto in mutazioni genetiche Charles Xavier che un giorno diventerà il capo degli X-Men, e Magneto, il suo principale antagonista Max Eisenhardt segnato da una devastante infanzia passata nei campi di concentramento nazisti, in quello che difficilmente potrà non essere considerato il migliore episodio dell’intera saga.

A vestire i panni dei due protagonisti, ci sono due affiatatissimi James McAvoy e Michael Fassbender (rispettivamente nei ruoli del Professor X e Magneto), i quali riescono a delineare con precisione chirurgica e carisma da vendere tutti gli aspetti peculiari delle due complesse figure cardine della Marvel, dapprima fratelli e poi nemici giurati. C’è anche un odioso e perfido Kevin Bacon che ritorna sugli schermi con Sebastian Shaw, nazista prima e Re Nero del Club Infernale poi, mostrando con caparbietà la fine capacità di farsi odiare fin dal primo istante, ancor prima di aprire bocca.

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Mentre il piccolo Erik Lehnsherr è costretto a subire la violenza dei campi di concentramento e ancor più quella del sadico nazista Sebastian Shaw (Bacon) che vuole sfruttare la sua capacità di controllare i metalli, il suo coetaneo telepate Charles Xavier conosce la piccola Raven, una mutaforma dalla pelle blu che subito entra a far parte della sua famiglia. Ormai cresciuti, Xavier (McAvoy) è diventato una giovane promessa della genetica mentre la bella Raven (Jennifer Lawrence) è destinata a un piatto futuro da cameriera; sarà proprio l’interessamento di un’agente della CIA (Rose Byrne) venuta a conoscenza della realtà dei mutanti a coinvolgere i due giovani in un’importante indagine che porterà sulla loro strada Erik, dando il via alla prima squadra di X-Men. Tra Guerra Fredda e crisi dei missili di Cuba con americani e russi pronti a far scattare la pericolosa scintilla della terza guerra mondiale, inizia la lunga battaglia che porterà all’ormai famoso scontro senza esclusione di colpi tra mutanti e umani.

A parte qualche piccola deviazione dalla storia originale da parte degli autori, facilmente riconoscibile dai patiti del fumetto, e alla descrizione a tratti fumosa del malvagio Shaw (anche senza voler necessariamente mettere in ballo la piega definitiva che prende in futuro, sarebbe stato necessario dedicare qualche battuta in più soprattutto nella seconda parte del film), le due ore di “X-Men – L’inizio” scorrono così rapidamente da augurarsi che ci sia presto un altra puntata – e perché no, diretta dallo stesso Vaughn – per dare nuova vita ai personaggi bidimensionali della carta. E poco importa se alla fin fine riescono ad emergere solo i due protagonisti, escludendo tra questi il ruolo di Bestia affidato a Nicholas Hoult del quale viene proposta una soggettiva di tutto rispetto, mentre altri personaggi minori come Emma Frost e Banshee vengono messi in secondo piano ritagliandosi un po’ di spazio solo nelle poche scene a loro dedicate (per esempio il volo del secondo, benché poco valorizzato dagli effetti speciali di fattura pressoché mediocre resi necessari da un budget piuttosto striminzito rispetto a quello dei suoi predecessori).

Strizzando l’occhio ai fan accaniti con una manciata di brevi quanto deliziosi camei e richiami ai ai futuri mutanti, fondamentali in futuro per la storia degli X-Men, Vaughn tesse con astuzia più trame lasciandole poi a loro il compito di compenetrarsi in maniera impeccabile, senza mai perdere di vista lo spaccato storico – la Guerra Fredda – che diventa parte integrante se non addirittura un’indispensabile sottotesto, un parallelo in cui è evidente come la paura per il diverso possa fomentare l’odio più profondo. Ecco dunque la necessità di sterminare da una parte e di integrarsi dall’altra, come Erik/Magneto e gli uomini che vedono nei mutanti la minaccia da eliminare dalla faccia della Terra, o tutto il contrario per quanto riguarda Raven/Mystica e Hank McCoy/Bestia, spinti a nascondere la loro vera natura fin quando non riescono a raggiungere il giusto grado di consapevolezza che li porta in futuro ad accettare, o almeno convivere pacificamente, con la loro natura.

Largo quindi alla narrazione drammatica, sgomitando qua e la a discapito dell’azione dura e pura, anche col rischio di cadere nella retorica buonista quanto didascalica (difetto che a tratti è riscontrabile anche nella coloritura scelta da McAvoy per il suo Professor X) che emerge soprattutto nel finale, sottotono rispetto al resto del film senza per questo renderne meno interessante la visione. È dunque un capitolo di tutto rispetto quello di Vaughn, scritto e girato con lucidità e capacità, senza strafare ma trattando con cura i dettagli che fanno da valore aggiunto a una storia estremamente brillante. Tanto avvincente e conturbante che per molti potrebbe diventare anche il punto di partenza per rivivere a ritroso le suggestive storie dei mutanti più amati di tutti i tempi.