Il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, è pronto per riprendere le redini del potere in Yemen e per attuare un processo di transizione. Rimasto ferito il 3 giugno durante un attentato realizzato con una bomba esplosa accanto alla moschea, a Saleh è stato imposto di lasciare il potere dittatoriale in favore di nuove elezioni.

Anche lo Yemen ha preso parte al movimento di rinnovamento e protesta che sta agitando da tempo l’Africa, succube dei poteri dittatoriali. Le donne in particolare sono uscite dalla loro segregazione domestica e, ricoperte da abiti della cerimonia, si sono riversate in piazza per manifestare contro l’egemonia del Presidente.

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Da mesi la lotta civile sta straziando lo Yemen, come riportato da Peacereporter, sono più di 45.000 i civili in fuga dallo stato alla ricerca della salvezza. La lotta che vede contrapposti i militari yemeniti contro i miliziani filo-qaedisti sostenitori della Sharia islamica, sta producendo un numero esorbitante di vittime in un territorio già fortemente provato da condizioni economiche scarsissime, risorse quasi inesistenti, blocco dell’erogazione del gas e della benzina e diritti prevaricati.

La gestione di Ali Abdullah Saleh, al potere sino dal 1978, ha condizionato la crescita economica dello stato yemenita. Ogni tipo di coltivazione è stata sostituita da quella dello qat, una pianta che contiene un alcaloide dall’azione stimolante, che provoca euforia e perdita di appetito oltre a creare dipendenza. La sua masticazione è incentivata in particolare tra i militari perché mantiene attivi anche per 48 ore, senza bisogno di ricorrere al cibo. La sua assunzione, una volta destinata solo ai ceti più abbienti, è diventata di dominio pubblico. Un’intera popolazione mastica costantemente le foglie di qat: i bambini nelle occasioni di festa, i lavoratori durante la pausa pranzo dalla quale non fanno più ritorno, i poveri per controllare i morsi della fame, i politici e i filosofi per incentivare il rilassamento e le riflessioni e le discussioni. È il modo migliore per sottomettere in modo consenziente una popolazione gestendone le forze.

La dittatura di Saleh ha impoverito completamente lo Yemen, una volta famoso per la coltivazione di caffè, la popolazione vive sul filo della soglia di povertà e per questo è scesa in piazza. Inoltre la cultura tradizionalista dello Yemen ha inciso in modo violento sulla sua popolazione, ogni tipo di potere risiede nelle mani degli uomini soliti circolare indossando la tradizionale futa (una lunga gonna bianca) e la jambiya (il lungo coltello ricurvo tipico dello Yemen). Le donne sono relegate in un angolo e non possiedono nessun tipo di diritto.

Jamila Ali Raja, consulente del ministero degli Esteri, sta svolgendo un compito importante: risvegliare le donne dal loro torpore di sudditanza, istruendole sui loro diritti e bisogni. Nello Yemen le donne sono di proprietà dell’uomo che ne svolge il ruolo di guardiano, la violenza domestica non è reato, non possiedono autonomia legale e il tasso di mortalità legata al parto è altissima.

Non possono uscire di casa, se non in casi rarissimi accompagnate dal guardiano e coperte completamente dal velo, relegate in cucina insieme alla servitù il loro compito è quello di sfornare più figli possibili. Il controllo delle nascite non è consentito, in quanto minerebbe la virilità maschile, e il matrimonio infantile è accettato e incentivato.

Per ribellarsi da questa condizione di totale sfruttamento le donne sono scese per strada, per spezzare le catene che le vogliono schiave e vittime silenziose. Hanno sfilato compatte contro gli insulti di Saleh che le ha accusate di non essere delle buone musulmane perché scese in strada a fianco degli uomini, infrangendo il tabù della segregazione femminile. Ma il processo di cambiamento è già in corso, e sono proprio le donne il motore di questo rinnovamento:

“Accusarci è una vergogna, dopotutto le donne hanno partecipato alle conquiste musulmane.”