E dopo il telegiornale in dialetto, ci potrebbero essere i reality show in dialetto? È la proposta discutibile e che in questi giorni alimenterà una quantità incredibile di polemiche, fatta da Luca Zaia alle telecamere di Klaus Davi, quelle del suo programma su Youtube.

Zaia, ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali oltre che esponente della Lega Nord, ha affermato che, secondo lui:

Sarebbe bello se nelle trasmissioni della Marcuzzi, della Ventura, della De Filippi e di Facchinetti, venisse usato il dialetto, o comunque non venisse ostracizzato, dai presentatori e dagli stessi autori della TV.

Un’affermazione un po’ azzardata e inapplicabile nella pratica: nei reality show i partecipanti provengono da tutta la penisola e anche dall’estero, per cui comunicare diverrebbe una Babele, in un luogo dove già la comprensione difetta e il litigio è continuamente dietro l’angolo.

Peraltro, verrebbe meno una delle storiche funzioni della televisione, quella di unificare il territorio su argomenti comuni, come la lingua. Nell’immediato secondo dopoguerra, infatti, non esisteva una consapevolezza reale della lingua nazionale, finché programmi come Non è mai troppo tardi contribuirono a rendere edotte le masse su grammatica e sintassi.

Inoltre, sono tanti i linguisti, in testa Tullio De Mauro, a pensare che, in un certo senso, siamo un po’ tutti “figli di Mike Bongiorno”: se molti di noi hanno dimestichezza con l’intonazione milanese è anche per la popolarità di cui ha sempre goduto in Italia il compianto presentatore e la facilità che aveva a penetrare nelle nostre case.