L’arte, dopo i documentari su Bernini e Palladio, fa di nuovo capolino a Venezia 75: merito di Julian Schnabel, che presenta in Laguna At Eternity’s Gate, il film sulla vita di Vincent Van Gogh, impersonato da Willem Dafoe, affiancato da Oscar Isaac nelle vesti di Paul Gauguin e Rupert Friend in quelle di Theo, il fratello del pittore olandese.

Ecco trama e recensione di una delle pellicole più attese alla Mostra del cinema di Venezia 2018.

La trama

Siamo a Parigi, tra il 1887 e il 1888: il film di Schanbel racconta infatti gli ultimi anni di vita di Van Gogh (morto nel 1890). Tra le sue prime proiezioni nel “mondo artistico che conta”, che irrimediabilmente lo rifiuta. O, peggio, non lo prende in considerazione. È a Parigi che Van Gogh conosce Paul Gauguin: diverso da tutti gli altri pittori e diverso dallo stesso da Van Gogh. Taglia completamente con l’esperienza pittorica del passato, fatta di dipinti quasi fotografici, ma rifiuta anche la contemporaneità impressionista, in un’esasperata (e talvolta fine a se stessa) necessità di affermarsi come “altro”. Non conosce le paure e le titubanze di Van Gogh. Gli consiglia di trasferirsi in Provenza, perché lì c’è il sole. Ed è quello che Van Gogh vuole dipingere.

Da qui inizia una storia fatta di continue incomprensioni, di dipinti irrimediabilmente classificati come “brutti”. Una storia di rapporti: la totale incompatibilità con i cittadini di Arles; il legame quasi “paterno” con il fratello Theo, che lo accudisce e lo mantiene; l’amicizia ai limiti del morboso con Gauguin. Fu per convincerlo a rimanere con lui, infatti, che Van Gogh disse di essersi tagliato un orecchio.

La recensione

At Eternity’s Gate convince e piace, non a caso Dafoe è tra i papabili per la vittoria della Coppa Volpi come migliore interpretazione maschile. La pellicola è estremamente estetica: mostra i paesaggi del sud della Francia, principale fonte d’ispirazione del Van Gogh più amato. Racconta parzialmente l’intenso rapporto con il fratello Theo: dipinge il profondo affetto che lega i due.

Se si dovesse trovare un difetto alla pellicola, forse risiederebbe nella continua necessità del cercare la “pazzia” di Van Gogh a tutti i costi. Come se i suoi comportamenti e atteggiamenti fossero la giustificazione del suo talento. E in parte i dialoghi, chiaramente fittizi, a volte eccessivamente particolareggiati. Davvero quando Gauguin confidò a Van Gogh di voler andare in Madagascar, lui gli chiese cosa ci trovasse nel Giappone? Solo pretesti, certo, per raccontare una persona e una personalità: complicata, in tutte le sue sfaccettature.

Nel complesso, comunque, il film è ben riuscito e convince. Convince Dafoe nelle vesti di Van Gogh, anche nell’impressionante somiglianza. La pellicola è capace di coniugare tanto l’universo privato dell’artista – il suo essere ripudiato sia dall’ambiente che conta che dalla gente comune – quanto quello lavorativo, con la sua incessante necessità di dipingere. Dipingere qualsiasi cosa e in qualsiasi momento. Dipingere la donna che porta le pecore al pascolo, dipingere le radici di un albero, dipingere un uomo in una locanda.

Nel desiderio di un riconoscimento che, in vita, non arriverà mai. Ma che porterà Van Gogh a fermarsi alla porta dell’eternità.