Biennale Arte 2019: 10 cose da vedere

Le cose più interessanti da vedere all'Arsenale e ai Giardini a Venezia dall'11 maggio al 24 novembre.

Tempo Libero

Sei mesi, dall’11 maggio al 24 novembre: è il periodo della Biennale Arte 2019 a Venezia, in scena tra l’Arsenale e i Giardini.

Appuntamento tra i più attesi per gli appassionati d’arte contemporanea di tutto il mondo. Tra le classiche esposizioni e mostre nei padiglioni e gli eventi speciali.

Vediamo quali sono le 10 cose da vedere assolutamente alla Biennale Arte 2019.

Sun & Sea di Rugilè Barzdziukaitè, Vaiva Grainylè e Lina Lapelyte (Lituania)

Il padiglione della Lituania è una vera e propria performance sulla spiaggia, tra bagnanti che prendono il sole e parlano tra loro, ombrelloni e teli. Gli spettatori possono osservare la scena da un ballatoio. L’installazione, assolutamente magnetica per tutti gli addetti ai lavori, si è aggiudicato il Leone d’oro della Biennale Arte 2019.

Biennale Arte 2019
Il padiglione della Lituania alla Biennale Arte 2019 / Ph. Press Office

Barca nostra di Christoph Büchel (Svizzera)

Si tratta del relitto di un peschereccio eritreo in cui trovarono la morte più di 700 migranti, nel canale di Sicilia il 18 aprile del 2015.  Solo 28 i superstiti. L’imbarcazione fu recuperata dal fondale marino solo un anno dopo. In un primo momento, il barcone avrebbe dovuto trovare una collocazione in piazza Duomo a Milano o a Bruxelles. Il suo approdo alla Biennale Arte 2019 è stato a lungo al centro delle polemiche.

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto di Milonav Farronato (Italia)

Tre gli artisti protagonisti del padiglione Italia alla Biennale Arte 2019: Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai. Il lavoro è un autentico labirinto, in cui gli spettatori sono chiamati a scovare le opere – che si alternano e scompaiono – sotto una tenda. L’installazione è ispirato al saggio La sfida al labirinto di Italo Calvino del 1962 e suo main sponsor è Gucci.

Mondocane di Jos de Gruyter e Harald Thys (Belgio)

Il padiglione Mondocane è un vero e proprio villaggio di manichini horror, in cui questi si muovono per spaventare gli spettatori con movimenti umani, in un autentico turbinio di violenza. All’installazione belga è stata assegnata una menzione speciale per la Biennale Arte 2019.

Biennale Arte 2019
Il padiglione del Belgio alla Biennale Arte 2019 / Ph. Press Office

Deep See Blue Surrounding You di Laure Prouvost (Francia)

Il padiglione francese è tra i più apprezzati dell’intera Biennale. A firmarlo è Laure Prouvost, che nel 2013 già si aggiudicò il Turner Prize. Il padiglione si compone di un filmato dedicato al viaggio di Prouvost da Parigi a Venezia e di un altro con acrobati, maghi e ballerini; quindi, di un pavimento in vetro verde (richiamo dell’oceano) con su cui “galleggiano” cellulari rossi, un polpo, delle anguille, dei gusci d’uovo e altri tipi di rifiuti. Infine, la ricostruzione di un piccione con una sigaretta nel becco.

Can’t Help Myself di Sun Yuan e Peng Yu (Cina)

L’installazione si trova ai Giardini e si tratta di un robot industriale rinchiuso in una gabbia trasparente, utilizzato per pulire della vernice rossa sul pavimento: vernice rossa che sembra sangue. Il tutto, però, senza riuscirci. Un’altra l’opera all’interno di una gabbia di vetro, sempre all’interno dello stesso padiglione: un trono romano costruito con il silicone, con al centro un tubo di gomma.

Mr. Stigl di Katerina Tselou (Grecia)

L’installazione greca si basa sulle opere dei tre artisti Panos Charalambous, Eva Stefani e Zafos Xagoraris con un’analisi sulla rielaborazione della storia ufficiale. Il padiglione ospita una mostra multimediale e interattivo dedicato all’aspetto “oscuro” della storia: l’ignoto. Per mettere in discussione “l’ufficiale”, spingendosi oltre.

Ghana Freedom di Nana Ofariatta Ayim (Ghana)

Sei gli artisti che hanno lavorato al padiglione del Ghana: John Akomfrah, El Anatsui, Ibrahim Mahama, Lynette Yiadom-Boakye, Felicia Abban, Nana Oforiatta Ayim e Okwui Enwezor. Esordio assoluto del Paese africano alla Biennale Arte di Venezia, disegnato dall’archistar David Adjaye. L’installazione, curato da Nana Ofariatta Ayim, ripercorre la storia del Ghana, il suo percorso verso la libertà. Come da titolo.

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Il padiglione del Ghana alla Biennale Arte 2019 / Ph. Press Office

Padiglione della Gran Bretagna di Cathy Wilkes (Gran Bretagna)

Il padiglione della Gran Bretagna non ha un nome. Anche questo, nel senso dell’essenzialità. Al suo interno ospita una serie di scene di vita quotidiana, umana. Tutte, però, inscenate da dei manichini. Il tutto, nel segno della più assoluta sobrietà.

Building Bridges di Lorenzo Quinn

Non si tratta di un padiglione, bensì di un’installazione per la Biennale Arte 2019. A firmarla è Lorenzo Quinn: già autore dell’installazione delle due mani di fronte a Ca’ Sagredo. Ora le mani diventano dodici, a coppie. Si tratta di Building Bridges: sei ponti di mani, alti 15 metri e larghi 20, a indicare i valori di amicizia, saggezza, aiuto reciproco, fede, speranza e amore.