Endemol sommersa dai debiti, Mediaset rischia il Grande Fratello?

Endemol, produttore di format di successo come "Grande Fratello", è in piena crisi finanziaria: se Mediaset non riuscirà ad acquistare l'azienda, potrebbe rischiare di perderne il controllo e i programmi TV.

Aggiornato il 26 luglio 2019

Endemol, la casa di produzione che ha inventato il format del Grande Fratello, è in uno stato di grave crisi finanziaria, con debiti pari a circa 2,2 miliardi di euro. Il gruppo Mediaset, che attualmente detiene il 33% delle azioni di Endemol, rischia addirittura di perdere il controllo sulle produzioni.

Per salvare l’azienda, infatti, sarà necessaria una manovra finanziaria per cercare nuovi azionisti e le quote che appartengono alle emittenti italiane sarebbero in gran parte diluite.

I programmi di Endemol sarebbero quindi a rischio e, anche se è difficile da credere, saremmo costretti a guardare una televisione senza Grande Fratello.

Ma non tutto è perduto: se gli azionisti di maggioranza ricapitalizzano Endemol, i problemi potrebbero essere in parte risolti senza perdere il controllo dell’impresa. È questa la soluzione che il vicepresidente di Mediaset Piersilvio Berlusconi sta studiando, insieme alla società americana Houlihan Lokey.

A fine agosto erano partite anche le trattative con il consorzio televisivo inglese ITV, che avrebbe dato a Mediaset l’aiuto necessario all’acquisto di Endemol. Ottenendo la società, infatti, Piersilvio Berlusconi avrebbe intenzione di strutturarla in modo più “industriale” anziché “finanziario”. Ad oggi, però, non arrivano né smentite né conferme dagli uffici stampa di Mediaset.

Non è la prima volta che Endemol rischia di finire nelle mani dei fondi speculativi, che potrebbero detenere il controllo: già durante la scorsa estate le altre due società di maggioranza sono corse ai ripari con alcune manovre finanziarie. Come andrà a finire la crisi economica di Endemol? Dobbiamo davvero rinunciare a programmi come “{#Grande Fratello}” e “Chi vuol essere milionario“?

Fonte: La Repubblica

Articolo originale pubblicato il 5 ottobre 2011

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