L’intervista a Mike Leigh regista di Peterloo

A Roma per il tour promozionale del film, il regista inglese si è concesso in una lunga intervista: ecco cosa ha detto.

Storia

Ha sguardo assorto e sorriso cristallino Mike Leigh, in Italia per presentare Peterloo, film in uscita il 21 marzo e presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2018: il regista inglese si è concesso con rara generosità in una lunga intervista.

Classe ’43, ha all’attivo 13 film e diversi riconoscimenti, tra cui una Palma d’Oro a Cannes (per Segreti e bugie), un Leone d’oro a Venezia (per Il segreto di Vera Drake) e sette nomination agli Oscar (due come miglior regista e cinque come miglior sceneggiatore).

Il suo ultimo lavoro, sul massacro avvenuto il 16 agosto 1819 a St Peter’s Field, nella periferia di Manchester, in cui persero la vita 11 tra uomini, donne e bambini e rimasero ferite più di 600 persone, attaccate da Ussari, cavalleria e guardia nazionale mentre manifestavano per il diritto al suffragio universale (maschile), è una riflessione sulla democrazia e sul popolo, sull’oratoria politica e sui diritti: “Peterloo è una celebrazione del potere della speranza e un lamento contro l’inesauribile capacità di distruzione dell’uomo“, si legge nelle note di regia.

Ma è anche il tentativo di strappare dall’oblio un fatto poco conosciuto nella stessa Inghilterra, malgrado l’eccidio (chiamato Peterloo in tragica corrispondenza con la strage avvenuta solo 4 anni prima a Waterloo dopo la disfatta di Napoleone) abbia suggerito a Percy Bysshe Shelley il poema La maschera dell’anarchia e abbia contribuito alla nascita, nel 1821, del The Guardian (il fondatore del quotidiano, John Edward Taylor, era a Manchester in quel giorno di agosto, tra i testimoni della carica degli Ussari).

Mike Leigh e la troupe sul set di Peterloo
Mike Leigh sul set di Peterloo (Courtesy of Amazon Studios)

Spero che il film stimoli nello spettatore una riflessione sul tema della democrazia senza metterne in discussione i capisaldi. Abbiamo iniziato la lavorazione nel 2014, prima della Brexit e dell’elezione di Trump e, mentre ci documentavamo, ci siamo resi conto che, giorno dopo giorno, accadevano intorno a noi cose che rendevano i temi che affrontavamo sempre più attuali. Non pensavamo che il mondo sarebbe cambiato tanto in cinque anni“, ha raccontato il regista. “Parlando da repubblicano, devo ammettere che è sorprendente che nel mio paese esista ancora la monarchia e che sia salda: si tratta di un anacronismo ridicolo. Eppure credo che quanto sta accadendo sia il risultato di altre forze in essere; che sia un atteggiamento xenofobo e paranoico che abbia portato al referendum sulla Brexit. Altrimenti non si spiegherebbe quanto succede in Italia, dove la monarchia non esiste più da tempo“.

E se la Brexit è stata una “terribile manipolazione delle persone e dei loro bisogni“, Leigh fa del discorso politico uno dei grandi protagonisti del film: “Mi interessava indagare un’espressione compiuta di un’idea politica attraverso il linguaggio, attraverso un’espressione verbale che senza compromessi arriva a esporre dialetticamente determinati principi. È evidente che un tweet o un post siano l’antitesi di questa pienezza e completezza di espressione. Si dice che l’haiku giapponese arrivi nella sua semplicità ed essenza a cogliere la verità: a mio avviso non è paragonabile con un tweet che è espressione invece della semplificazione“.

Campione di oratoria, in Peterloo, il carismatico Henry Hunt (interpretato da Rory Kinnear, attore shakespeariano divenuto celebre sul piccolo schermo vestendo i panni della Creatura in Penny Dreadful), proprietario terriero del Wiltshire e sostenitore delle riforme radicali in parlamento: “Non ho mai avuto la tentazione di trasformare Hunt in un eroe, ma ho voluto fosse il più fedele possibile all’immagine che sono riuscito a ricavare dai documenti che ho letto. Era un uomo estremamente facoltoso, molto impegnato socialmente, che ha deciso di abbracciare la causa radicale. Era un brillante oratore, con una voce potente; un incredibile egocentrico innamorato di se stesso. È un personaggio per dei versi molto moderno, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta di un personaggio del 1819: solo 200 anni fa, che in termini assoluti non è così tanto tempo fa. È l’inizio della modernità“.

Non è Hunt, tuttavia, unico protagonista. Flm corale, dai toni epici, il lungometraggio di Mike Leigh sceglie di raccontare gli eventi da diversi punti di vista: “Descrivere soltanto il massacro e soltanto da un punto di vista avrebbe avuto, a mio modo di vedere, scarso interesse. Se si vuole coinvolgere lo spettatore e interessa che comprenda tutte le dinamiche che hanno portato a quel tragico evento, è necessario mostrare diversi aspetti“.

Mike Leigh e la troupe sul set di Peterloo
Mike Leigh, Tom Meredith, Simona Bitmate, Pearce Quigley sul set (Courtesy of Amazon Studios)

Fil rouge, ad aprire e chiudere il racconto, Joseph, il reduce della battaglia di Waterloo in divisa militare rossa che a St Peter’s Field si trova di nuovo coinvolto negli spari, avvolto dalla polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli: “La struttura circolare è venuta spontaneamente, come è venuta da sé l’idea di fare di Joseph l’emblema delle vittime di tante situazioni sociali e storiche. A Waterloo c’erano tanti soldati non professionisti e non addestrati a combattere. Venivano portati sul campo senza nessuna preparazione tecnica e una volta finita non venivano riportati a casa. Documenti storici dimostrano che al comizio di Manchester avevano partecipato moltissimi veterani della disfatta napoleonica;  uno in particolare era rimasto ferito durante l’attacco della guardia nazionale ed era morto dopo qualche giorno. Quella classe sociale era composta dalle vittime sacrificali in tutto e per tutto: non avevano una voce, non godevano di alcun diritto“.

Ye are many, they are few“, conclude Shelley la sua poesia per celebrare la resistenza (versi, tra l’altro, utilizzati da Jeremy Corbyn nella sua campagna elettorale) e Peterloo sembra porsi tra le grandi opere della resistenza: “Non ho mai fatto film con l’intento di veicolare un messaggio, le mie sono opere aperte. Affido allo spettatore il compito di partire dal nucleo emotivo della vicenda per cercare la proprie risposte. Per questo motivo il film non si chiude con uno slogan e neppure con i dati sui morti e i feriti degli eventi di Peterloo. Ognuno pensi a cosa si deve fare per preservare la democrazia“.

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  • Peterloo | Ufficio Stampa