La crisi economica discrimina le donne

Il terzo Rapporto globale dell'Ilo dipinge un affresco a tinte fosche per le donne che lavorano: la crisi ha aumentato le disparità, di salari e diritti.

Pubblicato il 16 maggio 2011
Mamma

Per qualche tempo, durante la fase centrale della crisi economica esplosa nel 2009, giravano teorie sulla “crisi come opportunità”, soprattutto per le donne, generalmente più brave ad adattarsi e storicamente più aduse a contratti atipici e part time.

Molti economisti prevedevano che le donne sarebbero rientrate prima degli uomini nel mondo del lavoro. Bè, si sbagliavano. L’ultimo rapporto dell’Ilo (International Labour Organization), intitolato “Eguaglianza sul lavoro: la sfida continua”, dipinge un affresco a tinte fosche per l’altra metà del cielo sopra la crisi.

Le donne lavoratrici continuano a guadagnare dal 10 al 30 per cento in meno dei maschi, persistono le difficoltà di inserimento, e la crisi ha persino peggiorato la discriminazione sui luoghi di lavoro.

Juan Somavia, direttore dell’istituto internazionale, ha persino affermato di temere una retrocessione:

“Il rischio che si corre è che gli importanti risultati ottenuti nel corso dei decenni vengano compromessi.”

La discriminazione ha naturalmente tante facce: la malattia, la povertà, le disabilità, le origini sociali o etniche, ma la disparità evidente di 829 milioni di donne nel mondo che vivono in povertà, contro i 522 milioni di uomini ci dice che la differenza di genere continua a essere una voce importante nel bilancio (sempre negativo) della meritocrazia sul lavoro in termini di opportunità. E non solo nei continenti del terzo mondo o in via di sviluppo, ma pure in Europa, dove vanno forte i casi di razzismo e di discriminazione sugli stili di vita (pensiamo al battage che anche in Italia si scatena contro l’omosessualità).

Insomma, le donne pagano il conto sempre un po’ più salato. Anche e soprattutto quando il danno non l’hanno combinato loro.

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