La TV vista dal cinema

Il piccolo schermo ha spesso risentito del rapporto con il fratello maggiore, il cinema, mezzo di trasmissione più antico, ma forse non molto diverso.

Quante volte, in fondo, abbiamo sentito dire a qualcuno che non guarda la televisione perché piena di trash, di contenuti non esattamente culturali, ignorando il fatto che il telecomando, che consente di cambiare canale se questo non ci va, è quanto di più democratico esista in questo mezzo di comunicazione. Qui viene tracciato un compendio di massima, dato che non sarebbe possibile mostrare un quadro esaustivo del fenomeno.

La televisione, a volte, è stata presa di mira dal cinema, che ne ha denunciato la volontà di mettere in piazza il dolore delle persone. Un esempio è “Kika. Un corpo in prestito“, di Pedro Almodovar, in cui il personaggio interpretato da Victoria Abril, Andrea “la sfregiata”, presentava un programma un cui c’era il compendio del peggio della giornata, stupri, pedofilia, assassinii, tutto sotto lo sguardo inquietante della sua onnipresente telecamera. Nel film si parlava anche di un’altra trasmissione “Para leer mas”, salotto sui libri, in cui un’anziana signora, madre del produttore, presentava gli scrittori in modo assolutamente approssimativo, e diveniva il simbolo della “raccomandazione” per un posto di lavoro che poteva essere destinato a qualcuno più competente. Di seguito uno spezzone su Andrea “la sfregiata” contenuto nel film.

Visualizza questo contenuto su

Il mondo del giornalismo televisivo è quello che maggiormente viene preso di mira dal cinema. I giornalisti televisivi sono dipinti come cannibali pronti a uccidere per essere sulla notizia, oppure come cinici arrivisti, che non vedono l’ora di fare carriera. Proprio come accade a Bill Murray, in “Ricomincio da capo“, che si sente condannato a fare atroci servizi “leggeri”, ma viene condannato, di fatto, a rivivere il giorno della marmotta, il 2 febbraio, ancora e ancora.

Visualizza questo contenuto su

L’arrivismo tipo del giornalista televisivo spingeva Jim Carrey, in “Una settimana da Dio” ad alterare il corso della storia, per avere uno scoop: tanto che faceva in modo di ritrovare il cadavere di Jimmy Hoffa con tanto di certificato di nascita, che ne attestasse l’identità, e un’ortopanoramica completa. L’arrivismo del protagonista lo porterà a essere l’idolo delle folle, che dopo vari malcontenti distruggeranno la sua icona.

Visualizza questo contenuto su

Una sorte un po’ diversa tocca a Nicholas Cage, in “The weather man“, l’uomo delle previsioni, invidiato per il suo lavoro un po’ da tutti e maltrattato dall’uomo comune che continua a tirargli cibo da fast food quando è per strada. Finirà per trovare il suo modo di vivere ideale, in una rete nazionale, e farà le parate davanti a Spongebob.

Visualizza questo contenuto su

A volte, la TV viene ambita, come accade nei film di Chevy Chase, anche se i sempliciotti protagonisti delle sue storie finiscono per rigirare la logica iniziale, dipingendo la televisione come un pessimo mezzo di comunicazione. Oppure la TV diviene solo lo sfondo che ci snocciola gli avvenimenti quotidiani, proprio come si vede in “Romanzo criminale” di Michele Placido, in cui la storia d’Italia dagli anni ’70 in poi scorre davanti a noi in immagini terribili, come l’assassinio di Aldo Moro o la strage alla stazione di Bologna.