Tra i tanti film di Venezia 75, The Sisters Brothers era sicuramente tra i più attesi, per almeno due motivi: intanto per la curiosità di vedere Jacques Audiard alle prese con un western, poi perché tra i protagonisti – insieme a John C. Reilly – figuravano due tra gli attori più amati di Hollywood, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal.

Insomma, l’atmosfera, in vista del film del cineasta francese celebre per pellicole sensibili e impegnate, era molto calda. E non si può certo dire che Audiard abbia tradito le aspettative, non a caso il suo film è stato tra i più titolati alla vittoria del Leone d’Oro e nei pronostici secondo solo a Roma di Alfonso Cuarón, che si è poi effettivamente guadagnato il premio, anche se tra le polemiche.

Ecco trama e recensione di uno dei film più apprezzati della Mostra del cinema di Venezia 2018.

La trama

La prima curiosità della pellicola la possiamo trovare già nel titolo: The Sisters Brothers, cioè “I fratelli Sorelle”. I fratelli in questione sono Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix): assassini prezzolati, al soldo del Commodoro (Rutger Hauer) del loro villaggio nell’Oregon. Coppia che, quanto a spargimento di sangue, non va certo per il sottile. Inseguono Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), un chimico fuggito con la formula di un reagente per scovare le pepite d’oro nei torrenti. Ma non sono gli unici a cercarlo: sulle sue tracce infatti c’è anche un detective cow boy (Jake Gyllenhaal). L’ambientazione è nell’America del 1851, a cavallo tra le praterie.

La recensione

Qual è l’elemento più bizzarro del western di Audiard? Il suo non essere un western. Chiariamo, gli elementi ci sono tutti: lunghe distese desolate, violenza, cappellacci da cow-boy, cavalli. Eppure – nonostante gli elementi tipici del genere che ne fanno inequivocabilmente un western – il film di Audiard, per il resto, sembra un’altra cosa. Tra battute, strane trovate divertenti e, al contempo, molto ciniche.

Tornando alla domanda iniziale: come si è cimentato Audiard con un western? Anche in questo caso, Audiard fa sempre Audiard. Nonostante inserisca il tutto sotto una patina di divertente irriverenza – per stemperare toni altrimenti troppo assoluti, al limite dell’esistenziale – e con un’estetica tipicamente western.

Si potrebbe parlare di un film che indaga l’animo umano, che è una delle espressioni più abusate quando si parla di cinema: eppure il film di Audiard è (anche) questo. E quindi il contorno in cui è inserito non pare che un pretesto per il fine ultimo.

Un fine ultimo che in realtà si scopre con la progressione stessa del film, che inizia tra sparatorie senza fine (i Sisters Brothers sono dei veri e propri assi, capaci di ammazzare a centinaia di metri di distanza, anche avvolti nel buio) e che poi si trasforma in una specie di percorso di redenzione. Dei due assassini, ma anche del detective e del chimico.

Il mix risulta particolarmente bizzarro, poi, se si pensa che il film è stato tratto dal romanzo di Patrick Dewitt Arrivano i SisterLicenza d’autore di Audiard, capace di “esasperare” certi toni, lasciando in ombra altri? È possibile.