Wim Wenders presenta a Roma il documentario su Papa Francesco

Arriva in sala, come evento speciale dal 4 al 7 ottobre, il documentario del regista tedesco sul pontefice, presentato a Cannes a maggio 2018.

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2018, arriva finalmente nei cinema in Italia Papa Francesco. Un uomo di parola, il documentario di Wim Wenders, scritto con David Rosier.

Non un film sul papa, ma “un film con lui“: un gioiello di 92 minuti che si prefigge lo scopo ultimo di un messaggio di speranza e di chiamata alla responsabilizzazione personale rivolto non solo e non tanto ai cattolici, ma al mondo intero, potenti compresi. Wenders va oltre e regala un ritratto appassionato, che merita un biglietto in sala.

Volevo che il Pontefice raccontasse la sua storia attraverso l’obiettivo particolare di Wenders“, ha spiegato Don Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede dal 2015 al marzo 2018 e attuale assessore del Dicastero per la comunicazione, che del progetto è stato l’ideatore.

Il regista tedesco, in conferenza stampa a Roma, ha raccontato la genesi dell’opera, commissionata dallo stesso Vaticano: “Nel dicembre del 2013 ho ricevuto una lettera scritta dalla Segreteria per la comunicazione vaticana, in cui mi si chiedeva se fossi interessato a parlare di un progetto. Non conoscevo Dario Edoardo Viganò e non sapevo che avesse studiato cinema, ma appena l’ho conosciuto ho capito che sapeva bene di cosa stesse parlando: è stato un grande sollievo. L’idea era totalmente vaga: volevano che facessi un film sul Papa. Ho accettato a patto che la produzione non fosse del Vaticano e fossi completamente indipendente. C’è voluto del tempo; non era facile immaginarlo“.

Eppure, non è la prima volta che Wenders dirige un documentario: tra i più famosi e amati dal pubblico si ricordano Tokyo-Ga, sul regista giapponese Yasujirō Ozu, Buena Vista Social Club, Pina, dedicato a Pina Bausch, e Il sale della terra, che ritrae le opere di Sebastião Salgado. “Ma un musicista dell’Havana, una coreografa tedesca e un fotografo brasiliano non sono il papa…“, ha scherzato coi giornalisti.

E l’incontro col pontefice? “L’ho visto di persona per la prima volta 5 minuti prima di cominciare a girare. Lui non mi conosceva. Quando mi ha salutato, con una mano sulla spalla, mi ha detto che aveva sentito tanto parlare di me ma non aveva mai visto nessuno dei film. Una dichiarazione che ha permesso mi rilassassi: se non sapeva nulla, potevamo iniziare da zero. Dopodiché, siamo stati sguardo nello sguardo per 8 ore, durante l’intervista. Oggi posso dire di conoscerlo, perché quando guardi qualcuno negli occhi lo vedi nel profondo; e lui conosce me. Finite le riprese non ci siamo più sentiti: io non ho il suo numero e lui non ha il mio. E non credo abbia visto il film. Se qualcuno facesse un film su di me, non vorrei vederlo“.

È un trasporto autentico che traspare dalle parole di Wenders, educato in una famiglia cattolica e diventato protestante superati i 40 anni dopo aver abbandonato la Chiesa in seguito alle rivolte studentesche del ’68: “Ho chiarito subito al Vaticano che stavano chiedendo a un protestante di fare un film sul papa. Ma non gli interessava. Non mi hanno mai chiesto di rivolgermi ai cattolici, volevano che raggiungessi tutti. E mi è bastato pochissimo per capire che questo papa ha una incredibile capacità di connessione con le persone, sa arrivare agli altri. E quella di connettersi è un’abilità che il cinema trasmette meglio della televisione. Lo scopo del Vaticano era che il film permettesse al papa di connettersi in maniera diversa con la gente: il come dipendeva da me“.

Una lunga intervista su temi come l’immigrazione, il consumismo, la giustizia sociale, le preoccupazioni ecologiche e la povertà, il materiale filmato proveniente dagli Archivi del Centro Televisivo Vaticano (a cui la produzione ha avuto accesso libero) e un film nel film, dedicato a San Francesco d’Assisi (con il volto dell’attore Ignazio Oliva), di cui Bergoglio ha assunto il nome salendo al soglio pontificio, vanno a comporre un affresco dei primi 5 anni di pontificato del papa venuto dalla fine del mondo.

Ho visto il Papa la prima volta come tutti, in televisione. E prima di vederlo ho sentito il nome che aveva scelto: Francesco. Sono rimasto molto colpito avesse scelto un santo così significativo nella storia del cristianesimo come il santo di Assisi: si è trattata di una scelta coraggiosa nel XXI secolo. Si è capito da subito che si sarebbe tradotto in un nuovo rapporto con la natura, verso la povertà, gli emarginati e le altre religioni“, ha spiegato ancora Wenders.

Wim Wenders e Papa Francesco (@Francesco Sforza – Courtesy Press Office)

Perché vedere il documentario di Wim Wenders

Ci sono almeno due motivi per non perdere l’uscita in sala di Papa Francesco. Un uomo di parola: un motivo contenutistico e uno prettamente cinematografico.

Aver scelto l’occhio e la sensibilità di Wim Wenders assicura al Vaticano uno sguardo autoriale che non mancherà di affascinare gli appassionati del regista de Il cielo sopra Berlino. Wenders conduce il gioco con sapiente perizia: sceglie di mostrare l’ipocrisia di cui è contornato il papa con lunghe sequenze sui volti della curia; intervalla le parole di Bergoglio dirette allo spettatore con alcuni dei sermoni tenuti in giro per il mondo, dimostrando la capacità comunicativa del papa, che modula discorso e parole a seconda del popolo che ha di fronte (familiare con il Sud America, fisico con il Meridione, elementare con gli Stati Uniti, in estrema sintesi); tiene l’obiettivo della sua macchina da presa fissa sugli occhi del Santo Padre, permettendogli (grazie all’utilizzo di una tecnica chiamata Interrotron messa a punto dal documentarista Errol Morris) di guardare in macchina pur rivolgendosi direttamente al regista. Non solo, con i suoi campi stretti, vicinissimi alla sua figura, porta il pubblico nei dettagli (dove è Dio, d’altronde…), a sentire il tessuto della veste talare, i lacci delle scarpe, la lana dello scialle, la plastica dell’impermeabile, l’argento della catena: una sensazione tattile che umanizza senza per questo svilire la spiritualità profonda che traspare di continuo dal sorriso del papa.

Sorriso che vale al film il secondo motivo: impossibile per chiunque, che sia cattolico, musulmano, ebreo, buddista, persino ateo, rimanere indifferente al richiamo alla responsabilità che fa Bergoglio; responsabilità di chiunque verso la Terra, verso l’economia dello spreco, la cultura dello scarto, verso la globalizzazione dell’indifferenza che vessano il mondo e che sono destinate ad aumentare con l’aumentare della popolazione se l’umanità non decidesse di dare una svolta al proprio comportamento. Non c’è tentativo di proselitismo, non c’è accusa: solo un disperato e accorato appello alla fraternità. Perché, ci ricorda il Papa, ognuno può fare la sua parte, non dimenticando di giocare con i propri figli, di sorridere a chi ci sta accanto e coltivando il proprio senso dell’umorismo.

Di Bergoglio colpiscono il coraggio e l’energia positiva che si percepiscono in sua presenza. E poi il suo senso dell’umorismo, la propensione a divertirsi. Hanno commentato in tanti che nel film sono più le parole sugli uomini che su Dio: ma cosa parla quando parla di Terra, di poveri, di emarginati se non di Dio? Vive nell’assenza totale di paura che, secondo me, è la presenza di spiritualità. Non ha paura di nulla perché sa bene su cosa poggia“, ha commentato ancora il regista.

Insieme possiamo farcela“, dice il papa; e uscendo dal cinema, sulle parole della canzone scritta da Patti Smith per il film (la splendida These are the words) anche un laico fino al midollo può sentirsi meno solo.

Papa Francesco. Un uomo di parola (Courtesy press office)

Uscita e trailer

Il documentario, di 92 minuti, su 5 anni di pontificato di Jorge Maria Bergoglio arriva in sala, in 350 copie, come evento speciale dal 4 al 7 ottobre, distribuito da Universal Pictures e Focus Features.

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Credits foto:

  • Papa Francesco. Un uomo di parola - Ufficio Stampa