Sono 125 gli anni dell’Hotel Hassler Roma: una storia costellata di ospiti celebri (Lady Diana, Audrey Hepburn, Tom Cruise, Madonna, George Clooney, Jennifer Anniston e Mike Tyson) e riconoscimenti internazionali (non ultimo l’Indipendent Hotelier of the Word nel 2005) che lo hanno iscritto non solo tra gli alberghi più belli e importanti della città, ma nell’olimpo della hôtellerie di alta gamma. Fiore all’occhiello per la città, per la posizione, certo, eccezionale come è in cima alla scalinata di piazza di Spagna, e per l’impegno indomito del suo direttore, Roberto E. Wirth, nel mantenere sempre al top gli standard, mutando ed evolvendosi con il mutare dei tempi e delle esigenze dei suoi avventori. DireDonna ha intervistato Wirth in occasione dell’anniversario dell’Hassler, che si celebra il 28 novembre 2018.

Roberto Wirth, Direttore dell’Hotel Hassler

L’Hotel Hassler Roma appartiene alla famiglia Wirth dagli anni Venti: ha qualche aneddoto legato alla storia più che centennale dell’hotel?

“Mio padre Oscar iniziò a gestire l’hotel nel 1921, in qualità di partner di Alberto Hassler, un altro albergatore svizzero, divenendo in seguito l’unico proprietario del prestigioso albergo. Con il risveglio del turismo europeo e l’arrivo dei primi numeri consistenti di turisti americani, l’Hassler divenne ben presto leader indiscusso nel settore alberghiero italiano. Nel 1939 mio padre demolì quasi interamente l’edificio per ricostruirlo. L’albergo fu poi requisito durante la seconda guerra mondiale dalle forze aeree americane, per essere utilizzato come il loro quartiere generale a Roma. Il nuovo Hassler Roma fu finalmente riaperto al pubblico nel 1947. Negli anni 50 l’Hassler era un 4 stelle che pian piano acquistava sempre più popolarità, la terrazza dell’hotel era stata trasformata nel primo ristorante panoramico di Roma e d’Italia (ora chiamato Imàgo) e un nuovo tipo di clientela iniziava ad affacciarsi. Mio padre ebbe l’intuizione di renderlo  un 5 stelle: incluse così in ogni camera una toilette, che prima era in comune nei corridoi. Le stanze divennero meno spaziose, ma a quei tempi andava bene così. Ora, invece, i viaggiatori vogliono camere più grandi e per accontentarli abbiamo sacrificato diverse camere per dare più ampiezza alle altre”.

La penthouse dell’Hotel Hassler

Discende da una dinastia di albergatori: quel è stata la ricetta della famiglia Bucher-Wirth per imporsi tra le più importanti nel settore dell’ospitalità?

“Appartengo alla quinta generazione di una famiglia di albergatori. L’Hassler è la mia passione e questa mi ha spinto a fare sì che potesse sempre essere al passo con i tempi. Il richiamo al prestigioso passato e alla sua storia è sicuramente molto sentito dai nostri ospiti, fa parte del nostro retaggio e della nostra eredità e ha contribuito alla fame di cui gode oggi l’hotel. Questo però non significa che i nostri ospiti non si aspettino tutti i comfort che la modernità può oggi offrire. Tanti sono stati i lavori di rinnovamento e altri ce ne saranno. ‘Non si può’ è un’affermazione che non deve esistere all’Hassler. Se una cosa non è realmente fattibile si deve trovare un modo alternativo per esaudire le richieste. La vera abilità è nel sapere gestire le cose. È una dedizione totale. E questa dedizione si trasmette ovunque”.

Bob Kennedy in una foto degli anni ’60

Cosa permette all’Hassler di essere tra le eccellenze dell’hotellerie di alta gamma da così tanto tempo?

“I viaggiatori sono sempre più esigenti. Chiedono maggiore flessibilità, immediatezza nelle risposte, vogliono essere stupiti e si aspettano che i loro desideri vengano anticipati. Cercano esperienze uniche che possano diventare dei ricordi memorabili. Inoltre, da una parte vogliono sentirsi cittadini del mondo e “immergersi” nella vita dei paesi che visitano e dall’altra, in termini di accommodation, vogliono sentirsi come a casa. Non basta più offrire una bella camera, il livello del servizio deve essere sempre più elevato e personalizzato. L’attenzione ai desideri della clientela, la posizione unica e ineguagliabile, il servizio impeccabile, l’affabilità dello staff, la nostra offerta gastronomica, con la cucina gourmet di Imàgo, che regala una splendida vista panoramica, con la cucina della la tradizione italiana e romanae all’Hassler Bistrot, a livello della hall, fanno di questo hotel una seconda casa, o meglio, l’accogliente residenza romana di numerosissimi affezionati clienti. Il personale è uno degli elementi chiave dell’ospitalità, investiamo molto in training specifici per dare ai nostri dipendenti tutti gli strumenti necessari per fornire ai nostri ospiti un servizio ineguagliabile. E poi sicuramente il fatto che si instauri un legame professionale duraturo fa sì che il team si consolidi e che si lavori al meglio basandosi su un rapporto di fiducia e reciproca stima”.

Uno dei saloni dell’Hotel Hassler

Può svelare qualcuno dei nomi delle personalità di spicco che compaiono nel Libro d’Oro dell’Hotel?

“Audrey Hepburn è stata una nostra storica ospite dagli anni ’60. Per anni mi ha mandato gli auguri di Natale e ogni volta che tornava all’Hassler, che sentiva veramente casa sua, mi dava grandi abbracci. Anche dalla Principessa Diana ho avuto una grande soddisfazione. Una mattina, a casa, stavo leggendo che la Principessa sarebbe arrivata a Roma quel giorno, ma l’articolo non diceva in quale albergo avrebbe soggiornato. Mi chiamò un mio amico dicendomi che la Principessa sarebbe arrivata all’Hassler 30 minuti dopo, sotto pseudonimo, e che avrebbe soggiornato nella nostra Grand Deluxe Suite Forum (la 203). Rro felicissimo che venisse all’Hassler e corsi in hotel ad accoglierla. Alla sera, organizzai un piccolo cocktail per lei sulla terrazza panoramica del settimo piano, offrendole quello che sapevo era il suo cocktail preferito, il Bellini, che era solita prendere quando andava a Venezia. Ho avuto la più grande soddisfazione quando la Principessa mi disse che era il miglior Bellini che avesse mai provato”.

Roberto E. Wirth e Lady Diana Spencer (Courtesy press office)

C’è qualche altro aneddoto che può raccontare?

“Mike Tyson fu nostro ospite quando era all’apice della sua carriera. Era andato a mangiare al Roof e gli fu detto che per cenare lì avrebbe dovuto indossare una cravatta, secondo quella che allora era la regola. Indossava una camicia di seta hawaiana e proprio non voleva mettersi la cravatta. Tyson era alto, un gigante: cercai di spiegare la nostra policy offrendogli la mia di cravatta, ma si arrabbiò tantissimo. Prese a pugni la porta girevole dell’entrata e corse nel mezzo della Piazza Trinità dei Monti, urlando”.

Audrey Hepburn fotografata sulla terrazza dell’Hotel Hassler

Dopo 40 anni di attività, cosa ama di più dell’Hassler e di cosa non saprebbe fare a meno?

“Sin da quando avevo 5 anni ho sognato di diventare  albergatore come mio padre. Ho sempre percorso la mia strada tenendo bene in mente il mio obiettivo. Sono stato molto testardo e perseverante. Tanti sono in cambiamenti che ci sono stati in questi 40 anni che è difficile ricordarli tutti. Posso dire che l’Hassler è stato un ‘pioniere’ per tanti versi: il primo hotel a Roma ad aprire una Penthouse suite con una terrazza privata di 150 mq al settimo piano; nel 1978 abbiamo organizzato il primo cenone di Capodanno in un hotel della Capitale (prima gli hotel erano chiusi), e ancora, abbiamo introdotto il brunch. Mia madre Carmen organizzò, negli anni ’60, il primo pranzo per celebrare il giorno del Ringraziamento”.

Audrey Hepburn

La collaborazione con Francesco Apreda per l’Imàgo dura da oltre dieci anni: cosa farete in futuro e come continuerete il sodalizio?

“L’Executive Chef Apreda propone piatti innovativi che racchiudono la classicità della cucina italiana rivisitata con il suo inconfondibile stile fatto di memoria, ricerca, gusto e immaginazione: raffinate creazioni dai sapori e colori orientali, mirabilmente e sapientemente intrecciati con i sapori della nostra tradizione. La cucina di Imàgo può essere definita come un percorso tra cucina mediterranea ed emozioni, tra sapori italiani e profumi esotici. Fanno da cornice: un servizio unico e un team molto affiatato. Continuiamo in questa direzione a aspettiamo…”

Il Direttore Roberto-Wirth e lo chef stella Michelin Francesco Apreda

Di cosa si occupa la CABBS e perché ha deciso di creare la Onlus per bambini sordi e sordociechi?

“Sono sordo profondo dalla nascita e, da sempre, sono impegnato nel campo sociale e attivo nell’ambito della sordità in Italia e all’estero. Nel 1992 ho istituito una borsa di studio “Fulbright – Roberto Wirth”, per offrire a giovani laureati sordi e udenti la possibilità di specializzarsi presso la Gallaudet University, di Washington D.C., l’unico ateneo al mondo bilingue (American Sign Language e Inglese), accessibile anche agli studenti sordi e sordastri. Nel 2004 ho fondato la Roberto Wirth Fund Onlus, successivamente denominata Centro Assistenza per Bambini Sordi e Sordociechi Onlus (CABSS). L’associazione si propone di supportare i bambini sordi e sordociechi da 0 a 6 anni e le loro famiglie. Dal 2008 è Direttore della Onlus Stefania Fadda, psicologa psicoterapeuta specializzata proprio in sordità e sordocecità infantile; ho capito che era la persona giusta e le ho affidato la Direzione. Dopo molto studio, e l’impegno di tutto lo staff, è nato il laboratorio multisensoriale “Il Primo Passo…”, un ambiente pienamente accessibile, sicuro e adattabile alle esigenze di ogni singolo bambino. È qui che quotidianamente lo staff lavora con i piccolini sordi e sordociechi da 0 a 6 anni, è qui che si elaborano i programmi di intervento precoce, è qui che si presentano bandi e arrivano premi e riconoscimenti: targhe, lettere, statuette e persino una medaglia dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano! Sono fiero di ciò che ho creato, sono fiero di CABSS, dello staff e dei bambini a cui voglio bene come fossero tutti miei nipotini. Ovviamente il mio auspicio, e quello di tutto lo staff, è di poter ingrandire CABSS accogliendo sempre più piccolini, mi piacerebbe anche che l’Associazione potesse avere una base economica più solida, le piccole Onlus, si sa, non navigano nell’oro. Però io per i bambini sordi e sordociechi ci sarò sempre, non voglio abbandonarli e non voglio che soffrano inutilmente come è successo a me da piccolo”.

La vista sulla Capitale dal ristorante Imago

Qual è la sfida o la difficoltà più grande da affrontare nella direzione di un hotel così prestigioso?

“Tanti anni fa la maggior parte degli alberghi erano indipendenti, ora è raro avere un albergo di famiglia in città; facile trovare dei piccoli alberghi in montagna o al mare. L’arrivo di nuovi competitor nel settore lusso non è solo uno stimolo a fare sempre meglio e a distinguersi, ma è un plus anche per la città. Migliora la qualità della città, Roma ha bisogno di alberghi di qualità. Sono legato alla mia città e vorrei che tornasse ad essere la “grande” di una volta e ad essere considerate tra le prime mete desiderate dai viaggiatori. L’Hassler, essendo un albergo indipendente, ha un suo carattere, una sua personalità, una sua storia e, questo, sta diventando molto raro. I grandi marchi internazionali tendono a standardizzare tutto, non considerano le origini e la storia di ciascun albergo e, soprattutto, non tengono conto della città dove si trovano. Questa è una sfida”.

Il Direttore Roberto Wirth con Madonna

Cosa c’è nel futuro dell’Hassler?

“Continuare a stupire i nostri ospiti e confermarsi come quell’hotel indipendente che rimane iconico, leggendario e incomparabile. Insomma vogliamo che l’Hassler continui ad essere la location per eccellenza quando si viene a Roma”.

Cosa è previsto per il 28 novembre in occasione dei 125 anni dell’Hassler?

“Sarà una giornata speciale: non posso dire altro!”.

La vista dalla penthouse dell’Hotel Hassler