Roma: via il nome delle madri dalle croci del cimitero dei feti abortiti

La decisione, a distanza di due anni da quando era scoppiato il caso, è stata presa dalla Giunta capitolina, che ha deciso di approvare la modifica di due articoli del Regolamento di polizia cimiteriale per "adeguarlo alle necessità e alle sensibilità" legate al trattamento della privacy delle donne che hanno vissuto un interruzione di gravidanza.

Pubblicato il 22 aprile 2022
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A Roma, nel cimitero Flaminio dei feti abortiti, scomparirà dalle croci delle sepolture il nome della madre, al suo posto solo un codice alfanumerico. La decisione, a distanza di due anni da quando era scoppiato il caso, è stata presa dalla Giunta capitolina, che ha deciso di approvare la modifica di due articoli del Regolamento di polizia cimiteriale per “adeguarlo alle necessità e alle sensibilità” legate al trattamento della privacy delle donne che hanno vissuto un interruzione di gravidanza.

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Tutto era iniziato nell’autunno del 2020, quando alcune donne avevano scoperto per puro caso che il loro nome era stato apposto su tombe di cui non sapevano nemmeno l’esistenza al cimitero Flaminio di Roma. Dopo la prima denuncia, se ne aggiunsero altre, tanto che l’ufficio legale di Differenza donna, decise di promuovere una class action.

Le testimonianze delle donne, raccontano di storie dolore e sconcerto: “Per tre volte chiesi, dopo l’aborto, che fine avesse fatto il feto e per tre volte mi sentii rispondere ‘non sappiamo’ – spiegava una delle due Signore che hanno denunciato l’accaduto anche su Facebook nel 2020 -. Poi ho scoperto che è stato sepolto al cimitero Flaminio di Roma con una croce col mio nome”.

“Ora serve un’enorme azione collettiva – aggiungeva la donna -, vedere il mio nome su quella brutta croce gelida di ferro in quell’immenso prato brullo è stata un’altra profondissima pugnalata, un dolore infinito e una rabbia da diventar ciechi”. Scoppiato il caso, cominciarono anche i primi rimpalli di responsabilità: dagli ospedali, all’Ama e, per far luce sulla vicenda, partirono anche due interrogazioni, una diretta alla regione Lazio e una al Parlamento.

All’inizio del 2022 il tribunale ha chiuso il caso e il gip ha archiviato la causa, sostenendo che si sia trattato non di un atto doloso ma semplicemente di una prassi erronea determinata da un vuoto normativo.

 

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