Sempre più di frequente, si tratti di un contesto personale o aziendale, si sente parlare del cosiddetto coaching. Ed esistono numerose professioni che ne fan ricorso, tanto da non essere insolito incrociare definizioni come personal coach o life coach. Di che cosa si tratta, quale è il suo significato?

Coaching: cosa è?

Il coaching è entrato nell’immaginario comune italiano relativamente di recente, sebbene negli Stati Uniti goda di una tradizione ben più radicata, con oltre 40 anni di applicazione nei più vari ambiti. In linea generale, si può definire il coaching come un insieme di metodi e di strategie per migliorare l’individuo, sia nel suo complesso che in un determinato ambito. In altre parole, si tratta di un percorso di formazione dove un insegnante – un allenatore, nell’accezione letterale del termine inglese “coach” – aiuta una persona a raggiungere degli obiettivi professionali o individuali, fornendo strumenti per raggiungere tali scopi e delle tecniche per sviluppare le potenzialità personali.

Normalmente il coaching non prevede un insegnamento così come classicamente inteso, bensì si caratterizza come un processo finalizzato all’ottimizzazione delle risorse dell’individuo, quindi allo sviluppo della consapevolezza e delle capacità ancora latenti. Un approccio integrato, in definitiva, di solito per fasi: l’individuazione degli obiettivi, l’analisi di quelli prescelti, lo sviluppo di un percorso, l’elaborazione personale di tecniche e il raggiungimento della piena autonomia. Il coaching può ritornare utile in gran parte degli ambiti di vita – dai rapporti sociali al successo professionale – a seconda dei desideri del richiedente, quest’ultimo chiamato coachee.

Cenni storici

Come già accennato, il coaching è una disciplina relativamente recente in Italia, ma da diversi decenni affermata negli Stati Uniti. La parola “coach” viene utilizzata nell’ambito della formazione sin dal XIX, quando gli studenti inglesi pare fossero soliti chiamare così i migliori tutor per i loro studi. Dagli anni ’70, tuttavia, il coaching è diventato progressivamente una disciplina, oggi apprezzata in tutto il globo.

I primi passi del processo, almeno così come lo si conosce oggi, nascono in ambito sportivo. Timothy Gallwey, il massimo rappresentante del coaching moderno nonché esperto di tennis, realizzò come i metodi d’allenamento classici nello sport non sempre portassero ai risultati sperati. Gallwey scoprì come, invitando gli studenti a focalizzarsi sulle loro capacità anziché fornire suggerimenti canonici per il miglioramento della prestazione, si potessero raggiungere risultati più rapidi, come se la tecnica stessa si auto-correggesse. Inoltre, apparve evidente come la riduzione dell’autocritica e del senso di frustrazione, dovute al tentativo di adeguarsi a un suggerimento impartito dell’allenatore, potesse portare a grandissimi risultati. Nacque così “The Inner Game Of Tennis”, il primo libro sul coaching moderno, oggi letto e distribuito in milioni di copie. Alla base della teoria del coaching la constatazione dell’importanza della motivazione e dell’autoconsapevolezza, per aumentare la sicurezza di sé stessi nel raggiungere gli obiettivi attesi. Il tutto riassunto in una frase esplicativa: «il rivale che si ha dentro la propria testa è più spaventoso di quello che si trova dall’altra parte della rete».

Negli anni ’80, la disciplina ha trovato terreno fertile in ambito aziendale. Diverse multinazionali a stelle e strisce cominciarono a offrire sessioni di coaching ai dipendenti, con l’obiettivo di motivarli, rendere le loro potenzialità evidenti e facilitare la concentrazione sull’obiettivo finale. Presto diffusosi in tutta Europa, in Italia incominciò ad avere una grande rilevanza nel primo decennio dei 2000, per poi espandersi rapidamente in moltissimi ambiti di vita, oltre allo sport e al business.