Sanremo 2020: la contestazione della Cisl con l'hashtag #iononguardoSanremo

Anche i sindacati entrano a gamba tesa nelle polemiche relative al sessismo nel Festival di Sanremo: ecco il boicottaggio della Cisl, che prende di mira Amadeus e Junior Cally

Pubblicato il 27 gennaio 2020

Sembra proprio che sia impossibile strappare un foglio dal calendario senza che sul Festival di Sanremo piombi una nuova polemica. Questa volta protagoniste della nuova controversia sono il sindacato Cisl Friuli Venezia Giulia e il relativo Coordinamento Donne, che hanno preso posizione sia sulle dichiarazioni di Amadeus durante la presentazione delle donne ospiti della manifestazione, sia sui versi delle canzoni del rapper Junior Cally, giudicate violente e sessiste.

In un comunicato generale viene invocato l’intervento deciso della Rai e della commissione di vigilanza e contestualmente è stato lanciato l’hashtag #iononguardosanremo per esprimere il proprio dissenso. La portavoce Claudia Sacilotto ha spiegato che “il servizio pubblico offerto dalla Rai non può permettersi di venire meno alla sua storica funzione educativa, in questi giorni odiosamente tradita.”

Amadeus non è messo sotto accusa, ma è il messaggio che è passato a preoccupare gli esponenti del sindacato: “Possiamo anche credere alla buona fede del conduttore, ma certamente affermazioni come quelle pronunciate sul ruolo da retrovia delle donne non possono passare sotto traccia né possiamo fare finta che nulla sia accaduto: è stato veicolato un messaggio gravissimo che mina non solo la dignità delle donne, ma di tutta la collettività ed azzera le battaglie per l’emancipazione combattute negli ultimi decenni“.

Più veementi le affermazioni relative alla vicenda di cui è stato protagonista Junior Cally: “Personaggi del genere non avrebbero mai dovuti essere selezionati per Sanremo che, come tutti i programmi televisivi, ha una enorme forza diffusiva e oggi non dovremmo stare qui a parlarne”.

In generale nel documento ufficiale diffuso a livello nazionale non si invoca la censura, ma si fa riferimento a ” un modello culturale – quello della parità di genere – che va coltivato e arricchito di contenuti positivi“, chiedendo l’intervento della politica delle istituzioni e della Rai. Tenendo sempre bene a mente che “la dignità delle donne e della collettività in generale vale molto di più del profitto, fermo restando il nostro potere di cambiare canale“.

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