Sanremo 2020: il rapper Junior Cally criticato per i versi sessisti e violenti

Il rapper è stato criticato per aver scritto anni fa una canzone, Strega, in cui descriveva un femminicidio in modo crudo e con termini reputati offensivi

Spettacolo

Come prevedibile, i giorni che precedono l’avvio del Festival di Sanremo 2020, che inizierà il 4 febbraio, sono costellate di polemiche. Inutile discutere su quanto queste controversie possano essere state costruite ad arte, ma rimane il fatto che ogni scelta operata dal direttore artistico Amadeus (accusato di sessismo) sta passando attraverso l’impassibile scrutinio dell’opinione pubblica e della politica.

L’ultimo oggetto delle critiche, dopo la stanca litigata tra Nicola Savino ed Elisabetta Gregoraci, è il rapper Junior Cally, chiamato a esibirsi sul palco del Teatro Ariston in qualità di Big. L’artista infatti viene contestato a causa dei testi di alcune sue canzoni, reputati violenti e sessisti.

Il primo a esprimersi è stato il presidente della Rai Marcello Foa, il quale ha voluto esprimere “forte irritazione per scelte che vanno nella direzione opposta rispetto a quella auspicata. Il Festival, tanto più in occasione del suo 70° anniversario, deve rappresentare un momento di condivisione di valori, di sano svago e di unione nazionale, nel rispetto del mandato di servizio pubblico. Scelte come quella di Junior Cally sono eticamente inaccettabili per la stragrande maggioranza degli italiani“.

Ma di cosa parla la canzone Strega, quella più criticata? Nel mirino ci sono alcune rime indubbiamente forti, anche considerando lo slang del genere e la tradizionale rappresentazione di un ambiente maschilista e machista. Si parla infatti di un femminicidio: “«Lei si chiama Gioia / balla mezza nuda, dopo te la dà / Si chiama Gioia perché fa la t***a / L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa / c’ho rivestito la maschera».

Foa, auspicando un intervento di Amadeus, ha ricordato che obiettivo del Festival è anche “promuovere il rispetto della donna e la bellezza dell’amore. La credibilità di chi canta deve rientrare fra i criteri di selezione. Chi nelle canzoni esalta la denigrazione delle donne e persino la violenza omicida, e ancora oggi giustifica quei testi avanzando pretese artistiche, non dovrebbe beneficiare di una ribalta nazionale”.

Non a caso anche Matteo Salvini è intervenuto sull’argomento durante un comizio: “Questo rapper romano andrà a Sanremo e parlerà a milioni di italiani, a tutto il mondo e ai ragazzini. Ha scritto una canzone due anni fa in cui parlava di una ragazza picchiata, violentata, stuprata, legata in quanto ‘t***a’. Io mi sono fatto un mazzo così per un anno contro il femminicidio per approvare il Codice Rosso per salvare le donne e arriva questo cretinetti a Sanremo […]. La colpa non è sua, ognuno ha diritto a essere scemo. Però il primo scemo non ha il diritto di andare a Sanremo.”

La risposta del rapper è stata duplice. In primis ha ribadito la libertà dell’arte: “Due sono le cose: o si accetta l’arte del rap, e probabilmente l’arte in generale, che deve essere libera di esprimersi, e si ride delle polemiche. Oppure si faccia del Festival di Sanremo un’ipocrita vetrina del buonismo, lontana dalla realtà e succursale del Parlamento italiano“.

Quindi il suo staff ha ipotizzato che dietro la polemica ci sia un intervento diretto di alcune forze politiche: “Della partecipazione di Junior Cally a Sanremo si ha notizia dal 31 dicembre e tutti i suoi testi sono disponibili sul web. Mentre del testo di No grazie selezionato al Festival di Sanremo e delle sue rime antipopuliste si è venuti a conoscenza solo il 16 gennaio. Il giorno dopo, per pura coincidenza, si accendono polemiche legate a canzoni pubblicate da anni in un eta’ in cui Junior Cally era più giovane e le sue rime erano su temi diverse da quelle di oggi“.

Il cantante ha inoltre spiegato che quelle della canzone non sono le sue opinioni personali ma licenze artistiche: “L’arte può avere un linguaggio esplicito e il rap, da sempre, fa grande uso di elementi narrativi di finzione e immaginazione che non rappresentano il pensiero dell’artista“.