Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf). Le Nazioni Unite hanno designato tale giornata nel 2003 per diffondere sempre maggiore consapevolezza su di una pratica tradizionale che a tutt’oggi viola i diritti umani di donne e bambine in tutto il mondo. Gli ultimi dati dell’OMS parlano di 140 milioni di donne e bambine che hanno subito l’infibulazione o altre mutilazioni genitali e di oltre 3 milioni di nuovi casi ogni anno. Un fenomeno per nulla circoscritto, come si tende generalmente a pensare, all’Africa o ai paesi del Sudest asiatico, ma che coinvolge direttamente anche numerosi Paesi della sviluppatissima Europa. In Italia si stima che siano 40mila le vittime di queste pratiche barbariche, il dato più alto in Europa, che conta circa 500mila casi. Non sono estranee alle Mgf neppure l’Inghilterra, dove nella sola capitale si contano oltre duemila vittime in tre anni, e la Francia, protagonista di oltre 100 condanne ai danni di persone accusate di aver praticato mutilazioni su bambine.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha classificato le Mgf in 4 tipi differenti:

  • Circoncisione (o infibulazione al-sunna): è l’asportazione della punta della clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;
  • Escissione al-wasat: asportazione della clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;
  • Infibulazione (o circoncisione faraonica o sudanese): asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale;
  • Il quarto gruppo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

Usanze certo consolidate, ma non per questo meno terribili. Con l’infibulazione si priva la donna del piacere sessuale al fine di renderla “pura”: una donna mutilata non proverà mai un orgasmo e non sarà libera di avere rapporti sessuali. Le suture vengono scucite solo dopo il matrimonio (defibulazione), pratica eseguita direttamente dallo sposo per permettere alla donna di consumare l’unione e in seguito di partorire. Dopo ogni parto viene poi effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale.

Tali mutilazioni hanno gravissime conseguenze sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni e shock), sia a lungo termine: i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori rischi si corrono nel delicato momento del parto, quando il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatriziale reso poco elastico a causa delle ripetute mutilazioni. L’infibulazione rende inoltre frequente la rottura dell’utero durante il parto, causando la morte sia della madre che del bambino.

Si tratta di pratiche che ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è a tutela di queste ultime che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa. Una violazione dei diritti umani inaccettabile, che non può essere giustificata con le tradizioni e il fervore religioso. Per dire basta a queste torture, in Gambia i capi tribù hanno deciso di proibire tali pratiche e moltissime first lady di paesi come Benin, Guinea Bissau, Uganda e Burkina Faso, sono scese in campo per dire basta alle Mgf.

Il 20 dicembre 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha inoltre approvato la risoluzione sulla messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili. L’Italia come l’Europa, ha messo in atto una politica di prevenzione e contrasto del fenomeno, con un’intesa tra ministero della Salute, Istruzione ed Esteri. Fondi europei e italiani vanno anche alle operazioni portate avanti dall’Onu nei paesi d’origine che mirano a cambiare l’aspetto culturale delle Mgf, informando sui pericoli anche mortali a cui le donne vanno incontro e il Parlamento italiano, con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne.

Eppure la strada da percorrere è ancora lunga. Essendo l’infibulazione una pratica culturale, è difficile riuscire a scardinarla in toto: essa viene intesa come un rito di passaggio necessario per l’accettazione delle donne nel gruppo sociale in cui vivono e attraverso questa si attua un controllo sistematico e totale sulla vita della donna che in questo modo viene resa “pura” perché allontanata anche fisicamente da ogni pratica sessuale.

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