La nullità del matrimonio da parte della Sacra Rota non determina l’annullamento dei doveri civili di un coniuge nei confronti dell’altro, se marito e moglie hanno convissuto per almeno tre anni. Lo ha stabilito la Cassazione dopo il ricorso di un’ex moglie che si opponeva alla sentenza di delibazione di una causa religiosa da parte della Corte d’Appello di Venezia. “Convivere è vivere insieme, non solo formalmente, anche agli occhi del mondo” è la motivazione da parte della Suprema Corte.

La sentenza non piace agli ambienti cattolici ed ecclesiastici, ma afferma un principio: gli effetti, anche economici, di un matrimonio non possono essere cancellati per sempre da un coniuge che non vuole passare attraverso una causa di divorzio. La convivenza va interpretata, dice la Cassazione, “agli effetti della Costituzione e della Carta dei diritti europea”. Ma cos’è la delibazione? E’ un terzo atto, diverso dalla divorzio e dalla nullità religiosa: viene richiesto dopo la sentenza di nullità e permette alla Corte d’Appello di ammettere, anche a fini civili, la sentenza di un tribunale religioso.

Ilaria Zuanazzi, docente di diritto canonico ed ecclesiastico all’Università di Torino, prima donna giudice nel Tribunale ecclesiastico del Piemonte, spiega a Repubblica.it: “L’esigenza di dare adeguata tutela giuridica anche sotto il profilo economico al coniuge “più debole” mi sembra comprensibile. Il problema è che la giurisprudenza si è voluta sostituire all’inerzia del legislatore. In Parlamento giacciono disegni di legge che propongono di estendere alla delibazione delle sentenze canoniche di nullità la disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi prevista dalla normativa sul divorzio, come un eventuale assegno di mantenimento. Precludere la delibazione per non danneggiare uno dei coniugi pregiudica il diritto dell’altro di ottenere un provvedimento di giustizia previsto dal concordato con la Chiesa”.

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