Attentati Parigi: le vittime della strage al Bataclan non sono solo coloro che hanno perso la vita sotto gli spari dei terroristi, ma anche tutti i superstiti che hanno vissuto quegli attimi drammatici, ormai indelebili nella loro memoria. Per questo motivo la psicologa Florence Bataille il giorno dopo gli attacchi terroristici ha chiamato il “Pitié-Salpêtrière“, l’ospedale più vicino a casa sua, offrendo spontaneamente il suo supporto professionale a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Nella caffetteria adiacente alla struttura la psicologa da giorni ascolta le storie di chi ha vissuto in prima persona quelle ore terribili, così come ha raccontato la Bataille stessa in un’intervista riportata dal settimanale Vanity Fair:

“Sono fortunati ma bisogna prendersi cura anche di loro perché quello che hanno visto li mangia dentro e rischia di perseguitarli a vita. E in fondo questa strage è la cosa più vicina alla guerra che la nostra generazione abbia conosciuto”.

I racconti sono drammatici e segnati da ricordi brutali che continuano a perseguitare i sopravvissuti soprattutto di notte:

I rumori dei Kalashnikov, il lago di sangue che hanno attraversato. Uno mi ha raccontato come, appena fuori, si è nascosto nel primo portone aperto. È stato lì per ore, tremando, senza sapere che cosa fare. […] Un ragazzo, mentre scappava, ha incrociato lo sguardo di un coetaneo ferito che chiedeva aiuto, ma lui è corso verso l’uscita di sicurezza, aveva paura di essere ucciso: non dorme la notte pensando a quello che avrebbe potuto fare per salvarlo. C’è una ragazza che riprova in continuazione la sensazione di camminare sopra i corpi della gente. Tutti, poi, vorrebbero aiutare gli amici feriti. Ma devono mettersi in testa che anche loro sono feriti e che, prima di curare, devono guarire“.

Nonostante non abbiano ferite, i reduci del Bataclan dovranno quindi fare i conti e superare un enorme senso di colpa che, come la psicologa ha già spiegato a “20minutes“, è sintomo della “sindrome da superstite“:

“È quella sensazione di non sentirsi una vittima perchè si è vivi. C’è una forma di colpa. Quelle persone si sentono in dovere di aiutare gli altri. Ma quando si subisce un attacco si è vittime pur rimanendo vivi. […] Non essere feriti fisicamente non vuol dire stare bene. È più facile guarire un braccio rotto che affrontare le conseguenze psicologiche di un attacco da cui si è usciti illesi“.