Dopo gli applausi ricevuti alla 68ª {#Mostra del Cinema di Venezia}, arriva finalmente nelle sale “Carnage“, il nuovo e atteso film di Roman Polanski. Adattamento cinematografico di “Le dieu du carnage”, premiatissima piéce teatrale del 2006 di Yasmina Reza, il film è un crescendo di rabbia e rancori mal celati, vissuto all’ombra di un apparentemente tranquillo appartamento newyorkese.

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Come da copione originale, i protagonisti sono pochi ma perfettamente a loro agio nei ruoli che ricoprono. Se da una parte c’è la coppia formata da Jodie Foster e John C.Reilly, la prima duplice premio Oscar e il secondo candidato come migliore attore non protagonista in “Chicago”, dall’altra ci sono Kate Winslet e Christoph Waltz, entrambi vincitori dell’ambita statuetta rispettivamente per “The Reader” e “Bastardi senza gloria”.

In un appartamento di Brooklyn, due coppie di genitori formate dai coniugi Penelope e Michael Longstreet (Foster e Reilly) e Nancy e Alan Cowan (Winslet e Waltz) s’incontrano per discutere dei propri figli, coinvolti in una rissa costata al piccolo di casa Longstreet due denti e diversi segni sul volto. L’intento di far incontrare i due ragazzini per risolvere in maniera civile il diverbio sfuma in un colpo d’occhio, quando gli adulti finiscono per comportarsi peggio dei figli, attaccando reciprocamente le altrui capacità genitoriali per poi esplodere definitivamente in un gioco al massacro in cui, in un tutti contro tutti, emergono le insoddisfazioni e le problematiche dei rispettivi matrimoni.

“Questo è il peggior giorno della mia vita”. Ecco cosa ripetono a turno i quattro protagonisti, vittime e carnefici del gioco al massacro a cui loro stessi hanno dato inizio, claustrofobicamente rinchiusi nell’appartamento borghese come i loro proprietari, tanto perfetti fuori quanto putridi e meschini dentro.

Dietro alla maschera del padre affettuoso e marito pacioccone del personaggio di Reilly, c’è un uomo piccolo, iracondo, capace senza farsi troppi problemi di mettere alla porta (o più precisamente per strada) il criceto della figlia, senza preoccuparsi minimamente della reazione della figlia; eppure, grande e grosso com’è, ha paura a mettere dei paletti con la moglie, una Foster affetta da buonismo patologico, più preoccupata dell’apparire che dell’essere. Una che, come tante, preferisce pensare ai problemi dell’Africa piuttosto che affrontare i propri demoni.

Non va meglio sull’altra sponda, dove un’elegante Winslet si trasforma in uno scaricatore portuale con mezzo bicchiere di scotch, vomitando (e non solo in senso metaforico) tutta il suo malessere e la sua insofferenza nei confronti del marito Waltz, un cinico e insopportabile avvocato che vive attaccato al cellulare in un mondo tutto suo, affascinato ma distante dagli scatti d’ira degli altri fin quando non viene tirato in gioco volente o nolente dalla moglie che, ormai allo stremo, non si fa problemi a privarlo del suo amatissimo mezzo di comunicazione, tirando fuori la sua vera essenza: un povero bambino impaurito e spaesato perso in un mondo che non gli appartiene.

Sono tutti troppo presi da se stessi per pensare prima ai figli e troppo menefreghisti per anteporre realmente gli altri al loro ego smisurato. Polanski, che va a braccetto con queste tematiche, con {#Carnage} sguazza con un certo godimento di fondo nel mostrare l’orrore che c’è dietro alla falsa facciata borghese, giocando con una sceneggiatura brillante e immediata accompagnata egregiamente dalle musiche del compositore francese Alexandre Desplat.

Bastano 79 minuti di completa follia al fulmicotone, orchestrata da protagonisti più che perfetti – se la Winslet lascia a bocca aperta per la trasformazione alcolica e il monologo finale non è da meno Waltz, ormai completamente a suo agio nei ruoli estremi, finemente sfaccettati e a un passo dalla psicosi – capaci di affondare il colpo e stendere al tappeto a colpi di risate. Attacca col ghigno sulle labbra il Dio del massacro (o della carneficina, per essere più fedeli al titolo originale), mettendo in mostra tutto ciò che ha imparato durante il suo indiscusso regno: il vero animo umano gode delle sofferenze altrui e il gioco al massacro non è che appena iniziato.