Donazione cordone ombelicale o conservazione privata, scelta della biobanca, informazioni sul procedimento di raccolta: tutto fatto. Mi sono documentata, ho deciso, ho scelto. Non manca molto al parto ormai e questo è un buon periodo per me. Ho superato la fase dei preparativi: è tutto pronto per l’arrivo del mio piccolo. La data prevista per il parto però non è ancora così vicina e, anche se non vedo l’ora di guardare il viso del mio bimbo, ho deciso di godermi questo ultimo periodo.

Leggo molto: libri sull’educazione dei bambini, riviste per le mamme ma anche news sugli interventi che prevedono l’uso di staminali. Sono stata anche alla biblioteca vicino casa, a godere di un po’ di aria fresca, in questa calura estiva, e di silenzio. Ho chiesto al bibliotecario se avesse del materiale sugli interventi effettuati con cellule staminali: è tornato con una pila di riviste e libri, “sono troppi!”. Ho sfogliato qualche rivista. Ho letto che qualche anno fa a Osnabrück, vicino Hannover, un bambino di cinque anni, Jan, era affetto da anemia aplastica, un cattivo funzionamento nella produzione di midollo osseo, ma che è stato dimesso dall’ospedale dopo un trapianto di cellule staminali del cordone ombelicale donategli dal suo fratellino (1).

Anche in Illinois c’è stato un caso simile: una bambina, nove anni, si è sottoposta a un trapianto autologo di staminali cordonali (in questi mesi ho imparato a familiarizzare con questi termini, vuol dire che sono state infuse in lei le cellule staminali prelevate dal suo cordone ombelicale) per trattare una leucemia linfoblastica acuta. È riuscita a sconfiggere la malattia, e il suo caso è stato raccontato da autorevoli riviste scientifiche (io l’ho letto su “Pediatrics” (2). Mi sono appassionata a questa ricerca di buone notizie, mi ha messo di buonumore leggere di bambini guariti e sorrisi ritrovati, così ho continuato.

Charlie Whitaker è un altro caso famoso, ne ha parlato anche l’ADUC, l’Associazione per i Diritti degli Utenti e dei Consumatori: fino all’età di quattro anni è stato costretto a sottoporsi a frequenti trasfusioni di sangue a causa di una malattia che si chiama anemia di Blackfan-Diamond, che influiva sulle sue capacità di produzione di globuli rossi. Sempre dalla ADUC apprendo di Mohammed, un bambino di sette anni con una malattia genetica che comprometteva la sue difese immunitarie.

Il suo caso mi tocca particolarmente: il trapianto di staminali è avvenuto in Italia, all’ospedale di Pavia. Poi c’è Dallas Hextell, ho letto la sua storia sul Los Angeles Times: era affetto da paralisi cerebrale, ma oggi può sorridere, parlare e camminare. E questo dopo in trapianto autologo delle cellule staminali conservate alla sua nascita. È stato bello leggere che chi ha creduto nelle cellule staminali del cordone ombelicale qualche volta è stato premiato, sapere che anche quando ti capita qualcosa di così terribile come la malattia di un bambino continuare a lottare serve, che qualche volta la malattia si può vincere. Il mio bambino sarà sano e forte.

Lo sento. Ma avere un asso in più nella manica è sempre un buon trucco nella partita della vita, per questo ho scelto di conservare il suo cordone ombelicale. Non importa se sarà donato o se sarà conservato privatamente: quello che importa è che le sue cellule staminali cordonali non saranno gettate, saranno raccolte e conservate e, forse, potranno servire a far tornare un sorriso in un momento di difficoltà.

Per maggiori informazioni: www.sorgente.com

Note:

1 – Trapianto eseguito in data 26 settembre 2005 presso la Facoltà di Medicina di Hannover

2 – Il caso è stato presentato sulla rivista specializzata “Pediatrics” con un articolo dal titolo: “Blood Transplantation in the Treatment of a Child With Leukemia.” (Pediatrics 2007; 119: e296-e300)