{#Cosmopolis}, odissea in chiave moderna diretta dal regista canadese David Cronenberg, porta sul grande schermo il romanzo omonimo datato 2003 firmato da Don DeLillo. Adattamento cinematografico di una delle opere più complesse dell’intera bibliografia dello scrittore italoamericano, il film ha saputo attirare su di sé un’impressionante attenzione da parte dei media sbaragliando alla grande, almeno nei pronostici, la concorrenza in lizza per la Palma d’oro alla 65ª edizione del {#Festival di Cannes} anche grazie alla presenza sel sex symbol e matador del botteghino {#Robert Pattinson}, idolo indiscusso delle giovani e meno giovani, di fronte alla sua prima prova nel cinema d’autore.

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Protagonista di Cosmopolis è Robert Pattinson, il bel vampiro della fortunatissima saga di {#Twilight}, che dopo aver aggiunto al curriculum alcune prove cinematografiche più o meno soddisfacenti tra cui Come l’Acqua per gli Elefanti e il recente Bel Ami, è alla prima grande occasione per potersi svincolare definitivamente dall’immagine di teen idol che ormai inizia a farsi un po’ troppo stretta. Al suo fianco, non mancano nomi importanti come Paul Giamatti, già Golden Globe come miglior attore per La Versione di Barney, e Juliette Binoche accompagnati da Jay Baruchel, Kevin Durand, Samantha Norton e Sarah Gadon, tra i protagonisti dell’attesissima pellicola Antiviral diretta dal figlio di Cronenberg, Brandon, in concorso nella sezione Un Certain Regard proprio nell’edizione 2012 del Festival di Cannes.

Plurimilionario, ventottenne e profondamente inquieto: questo è Eric Parker (Pattinson), giovane uomo d’affari che trascorre un’intera giornata sulla sua limousine, un modello dotato di tutte le migliori tecnologie per seguire costantemente l’andamento delle borse, per poter finalmente ottenere il taglio di capelli tanto agognato. Una vera e propria odissea, tra bodyguard e stalker, incontri con la giovane moglie dalle ambizioni letterarie e amanti, tra le strade di Manhattan alla ricerca delle proprie radici più profonde.

Visivamente suggestivo, simbolico e meticolosamente dettagliato nella sua essenzialità, Cosmopolis è la prova fatta pellicola del tentativo di fusione dello stile chiave che ha portato alla ribalta il lavoro del primo Cronenberg e la complessa psicologia di DeLillo. Un viaggio interiore fatto di riflessioni filosofiche e dialoghi simbolici attraverso la figura incarnata da Robert Pattinson, a suo agio nei panni del ricco e complesso Parker, così perfetto nel suo completo firmato Gucci ma lontano mentalmente anni luce dalle figure che si alternano sul sedile della sua ipertecnologica limousine così come da quelle che animano la sua vita a partire dalla moglie, con cui vive un rapporto talmente distaccato da non conoscere quasi nulla.

Pattinson, sfruttando in maniera intelligente un’interpretazione che altrove l’ha portato a risultati alterni, riesce a esprimere con determinazione la complessa psicologia del suo ruolo, dipanandosi tra una mimica a un soffio dall’impassibilità e il flusso torrenziale di parole che s’infrangono sugli scontri vissuti all’esterno di cui ne diventano vero e proprio simbolo. La costante ricerca del potere come la quanto mai imminente crisi del capitalismo esplodono in forma verbale, tanto da riuscire a imporsi sulle immagini delle strade fatte di lanci di topi morti e persone capaci di darsi fuoco pur di manifestare le proprie idee. È nel nonluogo dell’automobile che vive interiormente ed esteriormente Parker, tanto da renderlo luogo reale, ideale prolungamento della sua ossessionata psicologia fuori dalla quale cambia, si trasforma, lasciando trapelare la sua contorta esistenza fino al limitare del baratro infernale dal quale non ha via di fuga.

Oltre alla prova attoriale di Pattinson e la verve istrionica di Paul Giamatti che con il suo Benno Levin, altra faccia della medaglia di Parker è capace di tenere egregiamente testa al suo giovane collega nonostante la sua presenza limitata ma determinante all’interno del film, con Cosmopolis Cronenberg non riesce a mettere completamente in campo tutta la sua forza critica dirompente senza per questo portare a casa un risultato insoddisfacente. Giocato sui tempi fuori dal tempo delle immagini, lontane dai ritmi incalzanti di inquadrature a perdere, il film si riveste di un’aura da thriller sopra le righe sullo sfondo di una New York che brucia sotto la forza del cambiamento.