Quanto costi, figlio mio. Una risposta la fornisce il Centro Internazionale Studi Famiglia, che ogni due anni pubblica un rapporto sui costi e l’evoluzione della famiglia: crescere un figlio da zero a diciotto anni costa 300 mila euro. Nel 1965, quando «Amica» fece scalpore pubblicando un articolo simile, costava venti milioni di lire. Così, a tanti anni di distanza, è ancora quel mensile femminile a riprendere i dati e tentare dei paragoni, sorprendentemente simili.

Con venti milioni all’epoca si poteva comprare una villa oppure venti automobili. Cioè quanto ci si potrebbe permettere oggi con 300 mila euro. Insomma, di certo il welfare non è migliorato, mentre gli stipendi sono certamente peggiorati per le nuove generazioni di mamme e papà.

I dati del Cisf non lasciano adito a interpretazioni: la spesa media per il semplice mantenimento (casa, alimentazione, abiti) è di 317 euro al mese, che con altre voci come istruzione e vacanze sfora il tetto dei diecimila euro l’anno, ma nelle famiglie con stili di vita più dispendiosi può tranquillamente arrivare a 25 mila euro l’anno.

«Possiamo dire che un Paese è tanto più arretrato quanto più gli interventi pubblici e privati si concentrano sui costi di tipo 1 (minimo vitale). L’Italia è tra questi Paesi. Gli sforzi di sostegno del costo dei figli sono centrati sulla casella 1 e in piccola misura sulle caselle 2 (capitale umano del figlio, per esempio l’istruzione) e 3 (cure primarie). Una seria politica sociale per le nuove generazioni dovrebbe soprattutto espandersi nella direzione di sostenere i costi del capitale umano e del capitale sociale dei figli. Ma l’Italia è desolatamente in ritardo.»

La Federconsumatori sostiene le stesse cose, dato che conferma come la spesa per un figlio nei primi 12 mesi va da un minimo di seimila a un massimo di 13 mila euro e non ci sono bonus bebè e detrazioni che facciano la differenza. Quando il bambino cresce, i genitori si trovano a condurre battaglie assurde per i posti negli asili, a spendere cifre importanti per la cura e la protezione dei figli (pediatri, asili privati…).

Il peso della scelta di mettere al mondo un figlio produce così la procrastinazione, la denatalità – degli oltre 25 milioni di famiglie italiane il 54 per cento non ha figli – e l’invecchiamento della popolazione, con il restringimento della parte attiva che è una delle concause della nostra difficoltà a riformare il mondo del lavoro.