Dopo la vittoria a Cannes 2011 del premio per la miglior regia, Nicholas Winding Refn arriva nelle sale cinematografiche italiane con l’attesissimo “Drive“, film a metà tra il noir e l’azione allo stato puro con una sfilza di attori degna di nota. Accolto da una standing ovation al termine della proiezione stampa durante il festival francese, la pellicola ha tutte le carte in regola per raccogliere l’entusiasmo dei fan dello stile, ormai diventato marchio di fabbrica, del regista di “Valhalla Rising” e della “Trilogia del Pusher”.

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A supportare una sceneggiatura incalzante e avvincente di Hossein Amini, tratta dal romanzo omonimo dello scritto statunitense James Sallis pubblicato nel 2005, c’è Ryan Gosling, protagonista e fresco reduce dei consensi dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia grazie alla pellicola di George Clooney “Le Idi di Marzo“. Sulla scena con il bel Ryan, ci sono Carey Mulligan, candidata all’Oscar come migliore attrice lo scorso anno per “An Education” della danese Lone Scherfig, e Christina Hendricks, l’esplosiva Joan Holloway della serie TV “{#Mad Men}”. Completano poi il cast i comprimari Bryan Cranston, protagonista di “Breaking Bad”, Ron Perlman, pluripremiato protagonista che in passato ha vestito i panni dell’enorme demone rosso “Hellboy”, Albert Brooks, attore, comico e regista statunitense, e Oscar Isaac, recemente visto in “Sucker Punch” di Zack Snyder.

Stuntman e meccanico di giorno e abile autista per criminali di notte, un uomo (Gosling) – del quale non viene svelato il nome per tutto il film – sta per fare il suo ingresso nel mondo delle gare automobilistiche come guidatore, grazie all’interessamento da parte del suo capo officina Shannon (Cranston) e a un accordo strappato a un boss della zona (Brooks). A scoprire la sua passione per le auto è Benicio (Kaden Leos), il figlio della sua vicina di casa Irene (Mulligan), giovane moglie momentaneamente single a causa del marito Standard (Isaac) chiuso in prigione; tra i due scatta subito la scintilla dell’amore, benché destinata a durare poco a causa del ritorno a casa del reo coniuge, finito dentro per alcuni debiti mai saldati con la malavita. Quando a rischiare iniziano a essere il piccolo Benicio e Irene, l’uomo decide di venire in aiuto di Standard, proponendosi come autista per il colpo che dovrebbe liberarlo da chi lo tiene in pugno. Quando però le cose si complicano, andando tutte nel verso sbagliato, sarà lui a doversi mettere direttamente in gioco.

Violento in tutte le accezioni possibili del termine, incalzante e opprimente. Questo è “Drive”, un cupo ritratto di una città completamente in sintonia con il protagonista interpretato da Gosling, di poche parole e tanti, tantissimi fatti. Nicolas Winding Refn esprime con il suo linguaggio emotivo, dirompente ed esplosivo la doppia vita del protagonista, la sua doppia natura che lo fa rapidamente passare da distaccato e solitario a feroce e arrabbiatissimo assassino, capace di finire con ben sedici calci alla testa uno dei suoi nemici, incurante dei generosi schizzi di sangue che lo ricoprono dalla testa ai piedi.

Durante la conferenza stampa di Roma, Refn ha dichiarato che “nessuno meglio degli italiani conosce la violenza del cinema”, per lui fonte d’ispirazione grazie a maestri del genere come Sergio Leone e Dario Argento che hanno saputo dare il loro personalissimo contributo rimanendo sempre a distanza dagli stereotipi hollywoodiani. Per il regista danese l’arte è una vera e propria forma di violenza del quale è un accanito feticista; lo dimostra con particolare abilità e lucidità, dimostrandolo lucidamente attraverso la realizzazione pura e profonda di un’istantanea che corre verso il futuro del mondo del cinema, scevro di ricercatezze tecnologiche ma nudo e crudo come solo la realtà sa essere.

Anche l’amore, delicato e impalpabile nei confronti della faccia migliore della realtà, subisce un duro colpo per mano dell’ultraviolenza, creando un senso di totale sconvolgimento negli occhi di chi guarda. La tensione si taglia col coltello dalla prima all’ultima scena, ben amalgamata al mix di emozioni contrastanti che a stento emergono dalle contenutissime espressioni del volto di un cavaliere senza nome, freddo e risoluto ma al contempo capace di vendicarsi nel peggiore dei modi quando sente minacciate le persone che gli stanno realmente a cuore.

Ha talento da vendere Winding Refn e non ha paura a dimostrarlo, sapendo perfettamente come non scadere mai nel mediocre e confuso filmone tutto testosterone ed effetti speciali solo per la gloria del successo al botteghino; è in grado di giocare liberamente con le tecniche cinematografiche più semplici, attraverso sapienti cambi luce e di velocità che danno valore aggiunto a una sceneggiatura d’effetto; capisce anche quando è il momento adatto per abbandonare la carica adrenalinica dell’azione, rumorosa e maledettamente rabbiosa, per rifugiarsi negli sguardi e nei gesti dei protagonisti, silenziosi e amorevoli.

Un esempio di film di genere eccellente, capace di guidare – è proprio il caso di dirlo – gli spettatori come un pilota attento dovrebbe fare, senza compiere manovre inopportune per colpa della distrazione. Un vero e proprio viaggio lungo 95 minuti, con i suoi cambi di velocità e manovre brusche quando è la strada a chiederlo a gran voce, e una colonna sonora – e titoli di testa rosa shocking – in perfetto stile anni ottanta.