Richard Gere è il vincitore del premio Marc’Aurelio per il miglior attore della 6ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma; già annunciato da tempo tra gli ospiti del parterre cinematografico che, in questi giorni, si è alternato sul red carpet e nelle sale dell’Auditorium, riceverà oggi Richard Gere durante la premiazione ufficiale nel quale sarà decretato anche il miglior film della rassegna di quest’anno.

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Grazie a interpretazioni che sono nettamente entrate a far parte dell’immaginario collettivo, tra cui quelle di “Ufficiale e Gentiluomo”, “Cotton Club” e il romanticissimo “Pretty Woman”, {#Richard Gere} torna nella Capitale per ricevere la statuetta raffigurante il monumento equestre di Marco Aurelio realizzato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato che domina la piazza del Campidoglio dove ieri ha ricevuto dalle mani del sindaco di Roma Gianni Alemanno la “Lupa Capitolina”.

«Amo Roma e l’Italia; uno dei primi e più importanti premi internazionali che abbia mai ricevuto come attore è stato proprio il David di Donatello. L’Italia ha sempre significato molto per me, è stato il primo paese a riconoscere il mio lavoro come meritorio e il premio che riceverò domani è davvero molto significativo, in quanto premio all’attore e non alla carriera. Ho sempre pensato – ha poi scherzato l’attore Richard Gere alla sua seconda presenza al Festival Internazionale del Cinema di Roma – che questi premi arrivino quando ormai è finita col cinema o quando stai per morire il giorno dopo.»

Nella serata organizzata per il pubblico presso la sala Sinopoli, gremita per l’occasione anche di tantissime fan di ogni età che hanno atteso per ore il suo passaggio sul red carpet, l’attore statunitense ha poi presentato al pubblico “I giorni del cielo” di Terrence Malick, film vincitore del {#Festival di Cannes} del 1979 e sicuramente una delle collaborazioni più importanti della sua intera e vasta carriera. Per Richard Gere, il quale ha dichiarato schietto che il suo primo interesse è e rimane sempre la famiglia e suo figlio di 11 anni, il mondo del cinema è cambiato profondamente dal suo esordio, in particolare Hollywood, un mondo meno pronto a osare, a scommettere sulle nuove leve e capace di favorire esclusivamente le grandi produzioni statunitensi.

«Ho fatto film nell’era d’oro di Hollywood, quando gli studios erano ancora pronti a correre alcuni rischi e c’era la possibilità di fare film senza spendere una fortuna. Eravamo dei pionieri, riuscivamo a fare film che volevamo realmente fare e vedere. Oggi è cambiato molto sul piano economico: i piccoli film sono difficili da fare, è l’epoca dei blockbuster. Mi dispiace molto per i giovani autori che sono obbligati a sottostare alle regole mortificando però la creatività.»