Il Castello nel Cielo”, terzo lungometraggio del maestro dell’animazione nipponica Hayao Miyazaki, debutta sul grande schermo a 26 anni dalla suo esordio in patria. Per la prima volta sui grandi schermi italiani grazie a Lucky Red, degna presentazione dopo l’uscita lampo in DVD del 2004, il primo titolo ufficiale (o secondo, se si considera a tutti gli effetti “Nausicaä della Valle del vento” del 1984) della storia dello Studio Ghibli può godere di un nuovo doppiaggio, supervisionato dalla casa di produzione stessa diventando così la terza proposta dopo “Il Mio Vicino Totoro”, uscito nel 1988, e “Porco Rosso”, risalente al 1992, presentati nel corso del 2010.

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Sheeta è tenuta prigioniera nell’aeronave del colonnello Muska, colpevole di volersi impossessare del ciondolo che porta al collo: non è infatti un oggetto qualsiasi, ma un potente amuleto che permette di trovare Laputa, un’isola che fluttua nel cielo in cui secondo la leggenda sono custoditi il potere e le ricchezze appartenute a un’antica civiltà. Oltre a Muska, anche i pirati guidati dall’anziana Dola vorrebbero mettere le mani sul prezioso tesoro della giovane, tanto da attaccare l’aeronave con tutti i loro mezzi. Trovata una via di fuga, Sheeta cade nel vuoto finendo incolume grazie ai poteri del ciondolo tra le braccia di Pazu, un orfano che lavora in una miniera. Sebbene tra i due sembrano non esserci legami apparenti, entrambi custodiscono un importante segreto: la piccola è infatti una discendente dell’antica casa reale di Laputa, immortalata anni prima dal padre di Pazu; inizia così la loro avventura alla ricerca dell’isola e dei suoi segreti.

Con “Il Castello nel Cielo” Hayao Miyazaki mescola sapientemente le sue ispirazioni, dalla poesia alle immagini oniriche della letteratura che disegnano l’ambientazione tra archeologia e visioni futuristiche capaci di ricordare il Jonatan Swift de “L’isola che non c’è” passando per le suggestioni visionarie del genere Steampunk, creando un’appassionante favola fuori dal tempo. E lontana dagli attacchi del tempo è la bellezza dei disegni, specchio dello stile del regista che, in questa occasione, mostra a viso scoperto vizi e virtù della civiltà: dalla strenue difesa dei propri ideali di Pazu al coraggio e altruismo di Sheeta, duramente contrapposti all’avidità e bramosia di potere racchiusi in Muska, capace di macchiarsi di ogni sorta di crimine e violenza pur di appropriarsi del diritto di vita o di morte dell’intera umanità.

Ed è proprio il futuro, quello gestito dalle macchine e dalla scienza che hanno dato vita a Laputa, che preoccupa il Maestro nipponico, in netta opposizione alla natura pacificatrice, grande madre a cui affidare il domani; un messaggio chiaro ed efficace che si rivela, senza voler svelare troppo, proprio nel finale del film quando è evidente come solo attraverso la salvaguardia dell’habitat si può sperare nella rottura del circolo vizioso che, giorno dopo giorno, segna l’angosciante stillicidio dell’essere umano per sua stessa mano. Uno sguardo critico e scettico, quello di Miyazaki, che guarda all’innocenza del passato per darsi, e dare agli spettatori, un barlume di speranza per il domani.

Sono molti e particolarmente toccanti i temi racchiusi nella narrazione ma, tratto distintivo delle opere firmate dal papà di “Tenkū no shiro Rapyuta“, non manca mai un pizzico d’ironia e divertimento che ben si contrappongono alle piacevoli note malinconiche che accompagnano la crescita interiore dei piccoli eroi accorsi in difesa del grande castello nel cielo con i più disparati mezzi di locomozione, frutto dell’amore dello stesso regista per il volo, anticipati dai splendidi disegni ispirati alle incisioni presenti nei romanzi di Jules Verne.