Certo che son cambiati i tempi: una volta si andava in televisione per non lavorare più, ora per trovare lavoro. La prima puntata di “Il contratto” è andata in onda ieri sera su La7 e sicuramente farà discutere.

La trasmissione, condotta dall’ex iena Sabrina Nobile, non è un reality (anche se gli somiglia molto) né un gioco a premi (anche se un premio, alla fine, c’è) come tengono a sottolineare gli autori. È piuttosto un format – tutto italiano, per una volta – in cui le telecamere seguono tre candidati, i migliori emersi da una selezione effettuata dalle aziende partner della trasmissione, costretti a confrontarsi per dimostrare chi possiede il profilo professionale idoneo a sottoscrivere un contratto a tempo indeterminato, assegnato di volta in volta.

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Dato che il posto, in ogni puntata, è conteso fra tre persone dotate di tutti i requisiti necessari, la trasmissione è di fatto più simile a format come “Cambio vita…mi sposo” o “SOS Tata”, cioè si segue il periodo di prova al termine del quale c’è l’evento che registra il successo di una persona particolarmente determinata.

“Il Contratto” prevede in studio figure come coach trainer, esperti che pubblicano anche dei video tutorial sul sito.

La prima puntata, nella quale due uomini e una donna, Giovanni, 32 anni di Messina con laurea in filosofia, Manuela, 39 anni di Cagliari, diplomata all’Accademia di Belle Arti e Dario, 36 anni di Milano, laureato in Economia e Commercio, si sono contesi un posto da commerciale, è rimasta schiacciata dalle programmazioni contemporanee della prima serata come “Ballarò” e “I Cugini” di Nino Frassica (una fascia oraria probabilmente sbagliata per il tipo di trasmissione) e ha raccolto solo l’1.17% di share, con 289.000 spettatori.

L’idea di portare il lavoro in prima serata è buona, ma i difetti sono moltissimi, a partire dal clima fintamente amichevole delle aziende e dal gergo, davvero insopportabile, di questi counsellor il cui compito sembra essere quello di banalizzare a morte Aristotele e Freud.

Insomma, una trasmissione così politicamente corretta e trattenuta da risultare paradossalmente fin troppo vera e realistica sul clima conformista del mondo dell’offerta del lavoro. Compreso il finale, che non vi riveliamo (in caso vogliate vedere la replica).