{#Il Dittatore} è stato annunciato ormai da settimane, con una campagna promozionale arrivata fino a Cannes dove un barbuto {#Sacha Baron Cohen} è stato avvistato a pochi metri dalla riva della Croisette in compagnia di una spigliata, o meglio spogliata, Elisabetta Canalis. Diretto dal fedele regista Larry Charles, il camaleontico attore inglese ritorna alla carica con un’irriverente pellicola al fulmicotone, lanciando un’accusa senza mezzi termini alla società corrotta del nostro tempo traendo ispirazione da Zabibah and the King, libretto anonimo attribuito nientemeno che a Saddam Hussein.

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Stella incontrastata de Il Dittatore è proprio il suo papà Sacha Baron Cohen, reduce dall’avventura di Hugo Cabret sotto la direzione di Martin Scorsese e protagonista della nuova pellicola di cui è anche produttore e sceneggiatore grazie alla doppia interpretazione del Generale Aladeen e il suo doppio Efawadh; al suo fianco c’è invece Anna Faris, forte della sua carica comica ed espressiva. Completano la rosa dei comprimari Sir Ben Kingsley, il perfido zio Tamir, Jason Mantzoukas e John C. Reilly mentre compaiono in due gustosi camei Edward Norton e la bella Megan Fox.

Mentre è impegnato negli Stati Uniti per partecipare a un congresso organizzato dall’ONU, il dittatore dello stato di Wadiya Generale Hafez Aladeen (Baron Cohen), rimane invaghito di Zoey (Faris), la proprietaria di un negozio di cibi biologici che ha una visione politica completamente antitetica alla sua: altro che dittatura e governo autoritario, per lei la democrazia e l’eguaglianza sono il vero pane quotidiano. Intanto però, in patria, l’autorità di Aladeen è minata dal suo vice Tamir (Kingsley), intento a farlo fuori attraverso il suo sosia perfetto, un rozzo pastore di capre Efawadh (Baron Cohen) messo al suo posto per prendere in pugno il business del petrolio.

Lontano, almeno nella forma, dall’esordio cinematografico con Ali G, il mockumentary Borat e al di sopra della comicità grossolana dello snobbato Brüno, Sacha Baron Cohen torna all’attacco con una pellicola caustica e grossolana, in piena linea con il suo stile irriverente. Crudo e goliardico, Aladeen spara a zero puntando completamente sulla verve del comico britannico che esplode nella sua opera più matura, se così si può definire, con una notevole crescita e con la capacità di costruire un film nel senso più genuino del termine, ben lontano dalle follie dei suoi precedenti lavori.

Una crescita, certamente, che corre sul filo del rasoio tra battute che attaccano come frecce al curaro e la sua ormai comprovata capacità, e tanto di faccia di bronzo, di lanciare insulti di ogni sorta contro tutto e tutti. Dal canto suo, Baron Cohen non è nuovo a questo incedere rozzo ed esagerato, tanto da rischiare in più occasioni di gettare alle ortiche alcuni spunti particolarmente esilaranti che esplodono nel corso dell’ora e mezza scarsa di pellicola.

Se Sacha Baron Cohen è abituato a metterci la faccia, e spesso anche tutto il resto del corpo, in questi exploit di lucida follia, è Sir Ben Kingsley a risultare impacciato e non particolarmente a suo agio in una pellicola scorretta e sopra le righe come Il Dittatore. Davanti al comportamento istrionico del suo collega più giovane, il premio Oscar per Gandhi rimane irreparabilmente sottotono; il protagonista è uno e uno solo e lo fa sentire senza lasciare dubbio alcuno agli occhi degli spettatori.

Niente politically correct, anzi, tutto il contrario: Il Dittatore racchiude in sé tutta la carica provocatoria di Baron Cohen che non teme di puntare il dito, sempre con il ghigno sulle labbra, contro le folli ideologie guerrafondaie e megalomani di chi non ha paura di sporcarsi le mani pur di raggiungere i propri vili obiettivi. Non ci sono solo violenze, torture e minacce nel mirino di Aladeen, ma anche quella frangia dell’estrema non violenza a essere messa alla berlina dal suo guizzo satirico.

Se non ci sono mezzi termini nella pellicola diretta da Charles, non manca neanche il rischio di farsi prendere troppo la mano da quel fiume in piena che è Baron Cohen, scadendo a tratti in gag sboccate che seppur vicine alla capacità di schernire gli aspetti più neri evidenziati dal comico, restano a far da contorno alle trovate eccessive – forse fin troppo – della sceneggiatura partorita dalla mente dell’inglese più consapevolmente scomodo del cinema degli ultimi anni. Attenzione a farsi prendere dai buoni sentimenti del finale: in fondo è sempre Sacha Baron Cohen.