Se manca la felicità sul lavoro non occorre andare lontano per scoprire le cause: i metodi di controllo e di incentivazione che adottano certe aziende creano soltanto malcontento. Inutile pensare di motivare sul lavoro usando le minacce o il controllo, spesso un piccolo sostegno può fare miracoli.

Il comportamento del capo è quindi la prima causa di infelicità sul lavoro. La ricerca condotta dall’Università di Tour si è basata su questionari somministrati a centinaia di dipendenti di aziende di diverse dimensioni, evidenziando come un po’ di sana psicologia del lavoro non farebbe male ai capi, che spesso credono con la frusta di poter aumentare la produttività, ma non è affatto così.

Più i lavoratori hanno sentito l’appoggio – certo, non incondizionato – del capo verso la loro autonomia, competenza, puntando sulla relazione e non sul comando, più questi lavoratori sono sembrati felici, e decisamente più produttivi. Allo stesso modo, quando il supervisore si comportava in modo coercitivo, facendo pressioni e in modo autoritario, o le aziende sono state percepite così, quando insomma i bisogni dei lavoratori sono stati contrastati hanno sperimentato livelli molto più bassi di benessere.

Gli autori dello studio sono convinti di aver dimostrato scientificamente che tra l’adempimento e la frustrazione dei bisogni “affettivi” dei lavoratori (nel senso di attenzione alle relazioni e alle loro emozioni) c’è la differenza tra un’azienda in sviluppo e una destinata a crollare. Da qui il suggerimento:

«Per soddisfare le esigenze dei dipendenti, i capi dovrebbero fornire opzioni ai subordinati, piuttosto che minacce e scadenze: una strategia che potrebbe migliorare attraverso il benessere la forza lavoro.»

Fonte: ScienceDaily