Isole è il nuovo film di Stefano Chiantini che approda nelle sale cinematografiche e, successivamente, in streaming attraverso il sito web di Repubblica.it. Una scelta particolare, quella di Gianluca Arcopinto, che lancia in questo modo una sfida ai canali tradizionali di distribuzione garantendo visibilità a uno di quei film che, stando alle regole della programmazione cinematografica degli ultimi tempi, difficilmente riuscirebbero a guadagnare la visibilità che meritano.

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Con Giorgio Colangeli, Asia Argento e Ivan Franek, Isole di Chiantini forma il nucleo essenziale della pellicola già presentata lo scorso anno al Toronto Film Festival, dove ha raccolto il plauso di pubblico e critica. A completare la rosa dei comprimari, si aggiungono Anna Ferruzzo, Paolo Briguglia e Pascal Zullino; c’è posto anche per Alessandro Tiberi, reduce dal recente ritorno sul grande schermo di Woody Allen To Rome With Love.

Spinto dalla ricerca di un lavoro nonostante la sua condizione di clandestino, il muratore dell’Est Ivan (Franek) giunge in un’isola delle Tremiti dove s’imbatte in Don Enzo (Colangeli), un prete colpito da ictus accudito, anche troppo, dalla sorella Wilma (Ferruzzo), e Martina (Argento), diventata muta dopo la perdita della figlia. Sarà con loro che condividerà la propria solitudine, in un incontro di anime che, come isole, sono e vogliono rimanere lontane dagli altri ognuno per le proprie ragioni.

Ambientato nella poetica cornice delle isole Tremiti, Isole incarna in sé una sentita riflessione sull’alienazione, vista attraverso gli occhi di chi, per scelta o per necessità, ha deciso di spezzare il sottile legame con il resto del mondo, con la terraferma che, sebbene sia vicina, rimane costantemente distante come immortalate in un’onirica istantanea. C’è una profonda solitudine negli occhi dei tre protagonisti, il veicolo vero e proprio attraverso cui Chiantini lascia intuire parole mai dette, proprio come la Martina dipinta da Asia Argento che ha scelto di chiudersi in un doloroso silenzio a causa della grave perdita di cui è stata vittima.

Agli scarni dialoghi sopperiscono almeno in parte le immagini impetuose della natura, raccontata dalle onde che s’infrangono sulla costa o sulle api che, lontane dai pregiudizi della gente incapace di comprendere cosa si nasconde negli animi feriti di Ivan, Martina e Don Enzo. Sono proprio le api a dare rifugio a Martina, come un amico silenzioso con cui abbandonare l’oppressione della realtà a vantaggio di un sogno a occhi aperti in cui ritrovare la propria pace.

Nessun uomo è un’isola: lo sa bene Don Enzo il quale dietro al carattere burbero e rigido, lontano da tutto e tutti, funge da scoglio alle esistenze di Martina e Ivan, isolato dal resto del suo mondo e dalla sua famiglia, a partire dal freddo padre, e dagli abitanti che non esitano ad additarlo a causa del suo status sociale di clandestino.

Ricco di metafore e immagini allegoriche, la pellicola di Chiantini gioca forse un più del consentito sulla spinta drammatica delle immagini, senza dare il giusto spazio alla narrazione in sé, togliendole a tratti il respiro; se a soffrirne è la dinamica, a guadagnarne è il messaggio che, invece, arriva dritto al punto: immagini forti, d’impatto, che si sposano alla perfezione con l’ottima prova attoriale dei tre protagonisti, capaci di riportare eloquentemente sulla pellicola una drammatica riflessione sulla solitudine umana.