Si sente sola. Si sente incompresa. Ha gli occhi di tutti addosso e questo le impedisce di svolgere serenamente il suo lavoro. Essere guardata costantemente non favorisce di certo la concentrazione. E’ desiderata. E’ odiata. Di sicuro non può sentirsi “normale”. Così decide di andarsene, di lasciare un posto da ricercatrice ben remunerato e, grazie ai soldi di papà, di fare la mantenuta.

Si tratta di una ragazza inglese, 33 anni, intelligente, brava, capace, ricca e con un appartamento prestigioso a Notting Hill. Un unico difetto: troppa bellezza concentrata in un unico essere. E a volte viene da chiedersi come vengano fatte certe distribuzioni forfettarie lassù. (Oppure si tratta solo di clichè, che vorrebbero le ricercatrici simili a topi da laboratorio piuttosto che a modelle senza passerella.)

Per una donna, anche dotata di senno, è praticamente impossibile non provare un’immediata antipatia per una così. Odiarla cordialmente è quasi un must. Anche se fosse immensamente divertente.

Ebbene, la mancata modella ha fatto le valigie, ha girato i tacchi 12 e ha abbandonato il lavoro perchè guardata insistentemente e ossessivamente dai colleghi, nonchè detestata inevitabilmente dalle colleghe. Un mix decisamente poco entusiasmante. Mi ricorda un po’ le peripezie di Lorella ad Amici, accusata di passare i turni soltanto per i suoi occhioni da cerbiatta.

Spesso mi chiedo cosa significhi “normalità“; e soprattutto mi chiedo se essere normali sia necessariamente un bene. Infine mi domando perchè non siamo mai contenti e soprattutto perchè le donne siano costrette a combattere quotidianamente con un’insicurezza cronica,  che ammazza qualunque stralcio di una solidarietà femminile ormai utopica.

Essere brutta, soprattutto per una donna, pare una sorta di malattia. Essere bella invece può diventare una condanna. I moderni roghi per le streghe sono alimentati da invidie striscianti e da attenzioni insistenti e poco gradite. E alla fine è come se fossimo organizzati in caste: le belle possono stare solo in tv o  sulle copertine; alle brutte lasciamo i libri e le cantine. Guai a permettere una promozione “sociale”, i paria devono rimanere paria. Ma poi, chi decide i criteri di classificazione?!?

Creiamo autostime inverse che rischiano di far andare il mondo al rovescio: i pregi diventano difetti, le definizioni perdono di significato. E una donna bella si ritrova a nascondersi pur di non essere emarginata. E’ tutto così ridicolo e assurdo.

Un’unica certezza in tutto questo, riassunta perfettamente da un proverbio: il troppo stroppia. La saggezza popolare anticipa sempre qualunque tendenza, anche la più moderna.

Certo però, svestendo i panni della donna intelligente a ogni costo, mi abbandono a una considerazione piuttosto “bassa”: tra tutte le scelte possibili, io preferirei comunque essere troppo bella. Perchè essere troppo brutta non se lo augura davvero nessuna. Ed essere normali, in fondo, è di una noia mortale.

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