La mano, oltre a essere il primo mezzo di contatto e di conoscenza del mondo, è un distretto corporeo che, insieme al viso, non è quasi mai coperto da indumenti. Anche per questo le malformazioni congenite della mano e dell’arto superiore hanno da sempre destato l’interesse del mondo chirurgico.

Sono ormai noti un numero sempre maggiore di geni responsabili o coinvolti nelle trasmissione ereditaria di queste malformazioni, di cui risulta affetto in media 1 bimbo su 1500 nati. Fra le più comuni, l’unione di due o più dita (sindattilia), la presenza di dita soprannumerarie (polidattilia), l’assenza di una o più dita (agenesia), la deformazione in posizione piegata delle dita (camptodattilia), la deviazione laterale delle dita (clinodattilia), la presenza di dita più corte del normale (brachidattilia).

Altre condizioni malformative sono associate ad anomalie diffuse sui quattro arti o localizzate nel distretto cranio-faciale o in organi profondi (rene, cuore, sistema circolatorio). E’ quindi necessario “ricordare che i bambini affetti da queste patologie vanno operati entro l’anno di vita per ottenere ottimi risultati, perchè è dai 10 ai 18 mesi che il cervello prende conoscenza delle funzioni della mano ed impara ad utilizzarla, adattando gli schemi mentali al suo sviluppo morfologico e funzionale – spiega il professor Giorgio Pajardi, direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dell’Università degli Studi di Milano e della U.O.C. di Chirurgia della Mano dell’Ospedale San Giuseppe -. Ogni anno al San Giuseppe operiamo alla mano circa 500 bambini con ottimi risultati. Ma spesso, e purtroppo, per il piccolo paziente il reale problema non è lui, né il suo arto malformato, bensì gli altri, generalmente i primi compagni di gioco o ancora prima i genitori. Questo è un punto nodale in cui la malattia congenita si differenzia dalla malattia traumatica. Il bimbo malformato alla nascita è completo, anche se manca di una mano sarà in grado di fare ogni cosa, a differenza di un bambino traumatizzato, che avverte come inabilitante anche la perdita di una sola falange del mignolo”.

Le sindromi, le malformazioni, i traumi della mano hanno, infatti, un profondo impatto psicologico, indipendentemente dalle conseguenze funzionali, estetiche o dalla gravità e vastità del problema. Stessa cosa vale per i genitori. La loro reazione di fronte alla malformazione di un figlio è principalmente un vissuto d’inadeguatezza, un senso di “lutto” per aver generato un bimbo “incompleto” e il relativo senso di impotenza per non poter sopperire a tale incompletezza.

Allora saranno indispensabili colloqui con lo psicologo, il chirurgo e il fisioterapista nel periodo pre e postoperatorio, perché il bambino, anche molto piccolo, percepisce le emozioni dei genitori e, di conseguenza, può esserne influenzato nel modo di affrontare il proprio problema, ma prima ancora nella possibilità di sviluppare una personalità armonica ed equilibrata.

Un supporto psicologico è, dunque, fondamentale fin dai primi giorni di vita del bambino o già in occasione della diagnosi prenatale, mentre nei traumi non appena sia possibile.

A questo scopo nasce l’associazione “La mano del bambino”, ideata e voluta da medici, psicologi, fisioterapisti e altre figure professionali del reparto di Chirurgia della Mano del Policlinico Multimedica di Sesto San Giovanni, a Milano. Scopo dell’associazione è, in primo luogo, quello di fornire consulenza, assistenza e cure ai piccoli pazienti ed alle loro famiglie attraverso il lavoro di un equipe polispecialistica. Per ulteriori informazioni: www.manobambino.org.