Maternity Blues” è il nuovo film di Fabrizio Cattani dedicato completamente al duro tema dell’infanticidio; un argomento toccante che è stato lungamente affrontato in TV dopo i casi che si sono susseguiti negli ultimi anni, purtroppo spesso senza il dovuto tatto indispensabile per comprendere a fondo la complessità psicologica che c’è dietro a tali gesti. Dopo l’apprezzato “Il Rabdomante”, Cattani torna dietro la macchina da presa con l’adattamento cinematografico della pièce teatrale “From Medea” di Grazia Verasani, già autrice del romanzo “Quo vadis, baby?”, portato sul grande schermo da Gabriele Salvatores nel 2005 e del quale ha curato la sceneggiatura.

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A vestire i difficili panni delle madri macchiatesi del più terribile degli omicidi ci sono Andrea Osvart, alla seconda esperienza con Cattani oltre all’interessante carriera a livello internazionale che comprende collaborazioni con Tony Scott e Tony Gilroy, Monica Birladeanu, vista nel recente “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari oltre che in “Vallanzasca – Gli Angeli del Male”, Chiara Martegiani e Marina Pennafina. Marito di Clara, il personaggio interpretato dalla Osvart, è invece Daniele Pecci, una tra le figure televisive più apprezzate con alle spalle una manciata di esperienze cinematografiche tra cui “Fortapàsc” di Marco Risi, “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek e “The Tourist” al fianco di {#Johnny Depp} e {#Angelina Jolie}.

All’interno di un ospedale psichiatrico giudiziario, quattro donne intrecciano le proprie storie di vita vissute; profondamente diverse tra loro, sono unite da un unico gesto che ha sconvolto le proprie vite: l’infanticidio. C’è Clara (Osvart), che non riesce ad accettare il perdono del marito (Pecci) trasferitosi in Toscana per ricominciare una nuova vita apparentemente normale nonostante il dolore affrontato quotidianamente, la passionale Eloisa (Birladeanu) pronta ad alla polemica e sfacciatamente cinica solo per nascondere e reprimere il dolore, la giovane ragazza madre Rina che cerca a tutti i costi di (ri)farsi una vita, e Vincenza, l’unica ad avere ancora a casa due figli per i quali riempie giorno dopo giorno pagine di diario per raccontare la sua storia.

Non è uno sterile atto d’accusa o una polemica soffocata sul nascere; quella di “Maternity Blues” è una fotografia a lunga esposizione sul mondo di chi cerca di espiare la condanna più dura: il dolore e il senso di colpa che c’è dietro un gesto come quello dell’infanticidio. Una sofferenza straziante, quella delle madri che si coprono del gesto più feroce, destinata a restare nel tempo una catarsi non compiuta, unico sentimento per una pena che non riesce mai ad affievolirsi.

È dura ma al contempo delicata la visione di Cattani, il quale pur mantenendo la durezza di uno dei temi che più complessi come quello della “Sindrome di Medea” riesce a non sputare sentenze su queste madri svuotate della loro esistenza ma a limitarsi a uno sguardo profondo, ben lungi dalle accuse e dai giudizi approssimativi. A supportare la valida opera del regista, c’è anche una prova attoriale di spessore, capace di manifestare la frustrazione e l’annientazione interiore di chi si è macchiata di questo delitto, alternando momenti di leggerezza alla depressione più cupa di chi cerca a tutti i costi di affrontare la tragicità di un gesto così estremo.

Una prova straziante, pesante come un macigno ma lucida ed equilibrata, per Fabrizio Cattani che con “Maternity Blues” porta a casa un importante risultato, nonostante la cifra inferiore al mezzo milione di euro investita nella sua produzione.