Dopo le critiche positive ricevute al South by Southwest, al Festival del film Locarno e al Los Angeles Film Festival, arriva anche in Italia “Monsters“, il primo lungometraggio dell’effettista Gareth Edwards, già vincitore ai BAFTA – il premio britannico più importante nel campo della cinematografia e della TV – per gli effetti speciali del documentario “Hiroshima”. Di fatto anche la sua prima pellicola non è stata da meno, tanto da regalargli la possibilità di portarsi a casa un cospicuo numero di riconoscimenti che segnano il suo esordio di tutto rispetto dietro alla macchina da presa.

Nato come film indipendente dal budget ridotto all’osso, “Monsters” annovera nel cast solo i due protagonisti, Whitney Able, presente al cinema in TV in produzioni che solo sporadicamente sono arrivate in Italia, e Scoot McNairy, altro volto non troppo noto che in passato era riuscito a ritagliarsi qualche piccola parte in “Wonderland” e “Herbie – Il super Maggiolino”. A parte le poche linee di copione preparate per i due protagonisti, tutto il resto del film è stato improvvisato, cercando di cogliere il meglio da gli attori non professionisti (spesso gente comune senza alcuna esperienza recitativa) coinvolti all’ultimo momento nel progetto girato interamente in digitale per contenere i costi di produzione.

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In seguito alla caduta di una sonda spaziale della NASA avvenuta nel 2010, alcune forme di vita aliene si sono diffuse nella striscia di terra che unisce gli Stati Uniti al Messico prendendone il totale controllo. Nel 2016, il fotoreporter Andrew Kaulder (McNairy) viene incaricato dal capo di riportare incolume a casa Samantha Wynden (Able), la figlia scomparsa in territorio messicano. Quando i due si ritrovano dentro l’ospedale in cui è stata trasportata Sam in seguito a un piccolo incidente, Andrew la esorta a fare ritorno a casa, nonostante la sua iniziale titubanza causata dall’imminente quanto indesiderato matrimonio. Quando i due stanno ormai per ripartire a bordo dell’ultimo traghetto prima dei sei mesi in cui non sono più possibili i trasporti tra gli due stati, l’incontro di una notte di Kaulder scappa via con il biglietto, costringendo i due ad attraversare – a caro prezzo – la zona infetta, l’area in quarantena occupata dai giganteschi alieni fino all’altissimo muro di protezione costruito dagli USA per tener fuori i poco graditi ospiti.

“Que son los monstros?” (Chi sono i mostri?) Questo recita una delle tante scritte sui muri di San José, la città in cui sono bloccati Andrew e Sam in attesa di ripartire per la terra natia. Ed è proprio questo l’interrogativo che ci si pone durante gli oltre novanta minuti di film, mentre si cerca di capire quali siano i veri mostri, se gli alieni o gli uomini. Sono peggio gli alieni, gli invasori che non ci pensano due volte ad abbattere chiunque decida di attaccarli nel territorio da loro occupato, o gli uomini, colpevoli di aver trasformato la zona infetta in un vero e proprio scenario post-apocalittico – non troppo diverso dalle zone di guerra diventate tristemente note negli ultimi anni – e di pagare 50 mila dollari una foto di un bambino ucciso dagli extraterrestri (come rivela Kaulder a una sconvolta Samantha, entrambi disgustati dal mondo che li attende una volta varcato il confine).

Sono dunque molto forti gli interrogativi – e a dirla tutta fin troppo comuni, viste alcune produzioni come i recenti e acclamatissimi “Avatar” e “District 9” – che Edwards pone davanti agli occhi degli spettatori, tanti spunti su cui riflettere ma pochi, pochissimi alieni, lasciando così a bocca asciutta gli appassionati che riescono a intravederli solo per una manciata di minuti, compresi gli attimi precedenti al finale in cui finalmente si mostrano in tutta la loro titanica grandezza. E poche sono anche le scene d’azione, per scelta del regista subordinate ai momenti densi di sentimenti dai quali in alcuni casi si lascia prendere un po’ troppo la mano, le uniche a dare del vero movimento a una lunga serie di scene dai ritmi spesso fin troppo lenti che una volta usciti dalla sala lasciano dentro un sottile senso d’insoddisfazione.