Tutto ha origine negli anni ’50, quando gli uffici suddivisi in stanze, separati da muri e da porte, vengono rimpiazzati da immensi spazi aperti. Nasce il concetto di open space, così come lo definirono i fratelli Schnelle, consulenti tedeschi.

Da esso poi le numerose evoluzioni come l’Action Office di Robert Propst, nel 1964,  e i moduli concepiti per non isolare il dipendente, mettendo l’impiegato in continua comunicazione con il mainstream dell’azienda. La condivisione di uno stesso spazio di lavoro è dunque ciò che caratterizza l’open space. Ma non tutti approvano un simile sistema di razionalizzazione. Ciò che viene a mancare, innanzitutto, è la privacy.

Molti open space sono strutturati in maniera erronea, tanto che non è difficile arrivare alle spalle del malcapitato di turno e scoprire cosa sta scrivendo sul suo pc. L’eccesso di rumore e i colleghi ficcanaso fanno il resto. Persino la gestione dell’aria condizionata o dei riscaldamenti può divenire un notevole problema di convivenza.

Secondo uno studio condotto dall’osservatorio francese Actinéo sulla qualità del lavoro, infatti, solo il 51% dei dipendenti francesi che ha a che fare con un open space riesce a concentrarsi davvero sul proprio lavoro, contro l’83% di impiegati che utilizzano l’ufficio individuale.

La stessa direttrice di Actinéo prende la parola per affermare che l’open space non è quello spazio libero, luminoso, arioso, aperto e leggero che vorrebbero farci credere i suoi sostenitori, ma piuttosto un altro modo per ridurre i costi e gli spazi a disposizione. Secondo la professionista la dimensione ideale perché un open space possa essere definito tale è di 15 mq per individuo. Questo in teoria, poiché nella pratica si arriva anche a un paradosso di 7 massimo 8 mq. Lo spazio vitale viene così a mancare, riducendo la sua distribuzione fra le persone. In conseguenza di ciò il rendimento in ufficio, o produttività aziendale che dir si voglia, cala ragguardevolmente.

Di contro nell’elenco dei pro dell’open space c’è quanto affermato dalla psicologa e architetto Elisabeth Pélegrin-Genel:

“Offre il vantaggio enorme di concedere a tutti all’incirca lo stesso livello di informazione. Il lavoro svolto dietro lo schermo permette di non vedere il vicino di fronte e quindi di ricreare una bolla privata.”

Per non parlare del fatto che accostando i capi ai propri dipendenti, la distanza psicologica fra gli elementi di uno stesso team può essere accorciata e lo spirito di gruppo rafforzato. Ognuno è portato a svolgere al meglio il proprio compito. Infine si può ricorrere ad alcuni stratagemmi come la creazione sulla propria scrivania di pile di faldoni che nascondano la vista degli altri, l’utilizzo di cuffie contro il rumore, di filtri per impedire la lettura dello schermo del computer, o addirittura di retrovisori da applicare a esso per controllare chi compare alle proprie spalle.

Ma ciò che più conta è tenere presente che la progettazione di un ufficio non può essere asservita semplicemente a un mero concetto di design. Altrimenti la teoria dell’open space crolla.