Essere femmina. Non soltanto donna, ma femmina nella valenza più naturale e carnale della parola. Senza paura di esagerare, senza timore di avere gli occhi addosso, senza prendere neppure in considerazione l’idea di poter essere criticata dalle altre donne o, peggio, cadere vittima di qualche violenta perversione maschile. Sarebbe bello, sarebbe utopico. E invece no, devi allungare la gonna perché troppo corta attira sguardi indiscreti, chiudere le gambe quando ti siedi perché se le lasci aperte inciti alla violenza, e non importa se indossi i pantaloni. E non portare reggiseni neri sotto la camicia bianca, provochi. Perché tu, donna, appari volgare se fumi il sigaro, se bevi tequila, se ti ciucci un calippo alla coca cola perché è l’unico ghiacciolo che sa davvero di coca cola. Sei indecente anche se respiri in maniera affannosa. Sappilo.

E allora la “femmina” può apparire soltanto dietro i veli dell’arte, giustificata magari dall’obbiettivo di un fotografo che la ritrae così, come Terry Richardson ha fatto per Silvian Heach: tra  due uomini in una vasca da bagno che le sfilano via le mutandine. Non si vede nulla. Si allude al sesso. Nessuna violenza, nessuna mercificazione, nessuno sfruttamento. Solo il sesso. E sfido qualsiasi bigotto moralista a non aver mai pensato ad una donna in questo modo.

Sfido anche colui che è riuscito ad alzare un polverone intorno a questa campagna pubblicitaria attraverso una lettera alquanto polemica nei confronti della direttrice marketing della nota azienda italiana di abbigliamento, tale Natascia D’Isa:

Gentilissima Natascia, è bello constatare che ci sono persone (o aziende, c’è differenza?) che propugnano nuovi e più moderni valori in contrapposizione a una ormai decadente mentalità perbenista. La sua comunicazione pubblicitaria è di indubbio valore artistico e, come tale, culturale. L’ultima immagine che lei ci regala (perché le immagini tutto vendono gratuitamente) è sapientemente costruita da Terry Richardson sui canoni aurei della pittura classica, con riferimento particolare – lei lo saprà di certo – al triangolo leonardesco. Una scelta di gusto, dunque, la sua, oltre che di contenuto, perché di triangolo in fondo si continua a parlareMa l’obiettivo della sua azienda (o della sua persona, c’è differenza?) è più alto di questo troppo discreto impegno culturale; è la mercificazione del corpo e dell’anima secondo il pensiero, più moderno e senza dubbio più stimolante, della donna da avere, da guardare, da spogliare, da comprare, da scambiare, sempre e comunque da assoggettare – moralista chi pensi il contrario – ai propri bisogni primari. Un insegnamento importantissimo per i nostri figli e per le nuove generazioni, alla ricerca non di vacui ideali ma di valori autentici, veri, concreti, valori da, come dire, toccare con mano. Grazie, dunque, per mostrarci ogni anno il volto del suo importante impegno sociale, per vestire (o svestire?) di valori à la page la moralità collettiva e in questo modo contribuire – sempre con eleganza – ai 4000 episodi di violenza sessuale registrati annualmente in Italia, numero in costante rialzo anche grazie a persone come lei.

Le auguro la migliore fortuna.

Gabriele Clima

Ora, piuttosto che rispondere al Sig. Clima con la becera conclusione “la vagina è mia e me la gestisco io”, o con l’intellettuale conclusione che la simbologia del triangolo è legata a tanti nobili significati, mi piacerebbe mettermi nei panni di Natascia. Fossi in lei, infatti, risponderei all’infelice epistola chiedendo a Clima come mai invece di concentrarsi tanto su questa presenza femminile, non riflette sul ruolo maschile qui rappresentato: perché questi due poveri ragazzi sono vestiti in una vasca da bagno neanche fossero due idioti? Mi sentirei molto più offesa per questo, piuttosto che per esser stata ritratta in maniera sensuale e femminile. E ora ditemi che incito alla violenza.