La toxoplasmosi è una malattia infettiva, causata da un parassita intracellulare diffuso fra gli uccelli e i mammiferi, il Toxoplasma gondii, che solitamente vive nell’intestino del gatto che si infetta mangiando piccoli roditori. Vivere con dei gatti non è un grave fattore di rischio: l’animale elimina le ovocisti 1-2 settimane dopo l’infezione , quando le stesse non sono ancora infettanti; basterà quindi pulire la lettiera con attenzione, munite di un paio di guanti. Assoluto, invece, il divieto di consumare carni crude o poco cotte (specie di agnello e maiale), insaccati e latticini non pastorizzati. La frutta e la verdura devono sempre essere accuratamente lavate.

Quando l’infezione da toxoplasmosi congenita -quella in cui il bambino viene infettato prima della nascita- si verifica, l’esito per il neonato comprende tutte le possibilità: dalla normalità alla morte in utero. Classicamente il bambino potrà manifestare corioretinite, idrocefalo e calcificazioni intracraniche nel 10-30% dei casi, mentre più del 75% dei neonati è asintomatico alla nascita e può presentare sintomi più tardivamente (febbre, linfonodi ingrossati, ittero, esantema, anemia, fegato o milza ingrossata). Altre possibili manifestazioni di infezione fetale sono: ritardo di accrescimento endouterino e prematurità. I segni neurologici sono quelli che più gravemente caratterizzano l’infezione congenita sono le convulsioni, il nistagmo, la microcefalia.

La toxoplasmosi può essere diagnosticata attraverso prove di laboratorio che rivelano la presenza dei microparassiti nel sangue. Più di frequente, si prescrivono esami del sangue per misurare i livelli di anticorpi prodotti per combattere i parassiti. Se la futura mamma contrae la toxoplasmosi, l’infettivologo deciderà la terapia da seguire: curando la gestante, però, non sempre si riesce a evitare il contagio per il bambino. I bambini nati con una toxoplasmosi congenita vengono curati con una mix di farmaci anti-toxoplasmosi, di solito per il primo anno successivo alla nascita; se normalmente il trattamento prevede la pirimetamina associata a sulfamidici (per esempio sulfadiazina), durante il primo trimestre di gravidanza si sostituisce la pirimetamina (teratogena) con la spiramicina. In ogni caso è opportuno somministrare acido folico per tutta la durata del trattamento.

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