A poco più di quattro anni dal successo di The Hurt Locker, esperienza che le è valso il primo Oscar per la miglior regia assegnato a una donna, Kathryn Bigelow ritorna dietro alla macchina da presa con Zero Dark Thirty incentrato sulla cattura del ricercato n°1 degli ultimi anni: Osama Bin Laden. Candidato a ben cinque statuette, tra cui miglior film e miglior sceneggiatura originale, si è già portato a casa un Golden Globe, su quattro nomination, grazie all’interpretazione della protagonista Jessica Chastain.

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Galleria di immagini: Zero Dark Thirty

Oltre alla rossa attrice californiana, con la sua seconda candidatura all’attivo dopo quella come miglior attrice non protagonista per The Tree of Life di Terrence Malick, la Bigelow ha scelto di affidarsi a Jason Clarke, visto e apprezzato in Lawless di John Hillcoat e tra i nomi principali dell’atteso Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann. Al loro fianco, in Zero Dark Thirty compaiono anche Mark Strong, Jennifer Ehle e Kyle Chandler; chiudono il cast Harold Perrineau e James Gandolfini nel ruolo del direttore della CIA.

Dieci anni: tanto è il tempo trascorso da quando Maya (Chastain) e i suoi colleghi della CIA sono sulle tracce di Osama Bin Laden dopo il terribile attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Ora che sembrano essere sulla pista giusta, nella cittadina pakistana di Abbottabad, lei e il DEVGRU devono compiere un ultimo, enorme sforzo per portare a termine le indagini al fine di riuscire a trovarlo vivo o morto, anche a costo della loro stessa vita.

Nessuna immagine, solo voci: è così che si apre l’ultima fatica della Bigelow, con le registrazioni di quel maledetto giorno in cui 19 affiliati di al-Qāʿida dirottarono i quattro aerei che, in poche ore, causarono circa 3000 vittime schiantandosi contro le torri del World Trade Center e il Pentagono, mancando l’ultimo obiettivo grazie al coraggio di equipaggio e passeggeri. Ancora guerra dunque nei piani della regista che ritorna così a sfruttare l’incontenibile passione e ossessione americana per la guerra del 21° secolo: quella contro il terrorismo.

Se il realismo e l’accuratezza storica sono alcuni dei punti di forza della pellicola della Bigelow, di certo non lasciano impassibili le scene delle torture – il fortemente condannato waterboarding – ambientate nel campo di detenzione di Guantánamo. Non c’è emozione, ricerca di sensazioni forti o facili sentimentalismi: l’impronta è sensibilmente documentaristica, senza paura di nascondere anche il lato più oscuro di quella che è stata una vera e propria caccia all’uomo lunga un decennio.

Tra dubbi e interrogativi che restano in sospeso anche dopo il finale del film, una rapidissima e dai toni ben poco trionfali inquadratura sul corpo trucidato e ben poco riconoscibile della figura dalla barba grigia più temuta al mondo, Zero Dark Thirty riesce finalmente a lasciar scivolare il fardello emotivo di cui si fa carico nell’ultima manciata di minuti. È proprio nella commozione della Chastain, la quale si guadagna così a pieno titolo la possibilità di portarsi a casa la statuetta dell’Academy, che si lascia intravvedere la vera natura umana: sì il tentativo di porre fine all’ondata di terrorismo islamico esplosa con gli avvenimenti dell’11 settembre, ma anche la desolazione davanti alla lunga e tragica scia di sangue che ha macchiato e continua a macchiare vincitori e vinti.