First Man di Damien Chazelle è candidato agli Oscar 2019 ed è stato il film – applauditissimo – che ha dato il via a Venezia 75: pellicola che è stata capace di far sognare nuovamente il pubblico veneziano, con negli occhi il ricordo di La La Land, vedendo nel ruolo di Neil Armstrong proprio Ryan Gosling, tra i più ammirati anche sul red carpet in laguna.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”, fu la celebre frase che pronunciò Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, dopo aver toccato il suolo lunare.

La mia generazione è cresciuta in un mondo in cui l’idea di conquista dello spazio era già stata fatta. Avevamo in testa un’immagine iconica che ha reso molto facile e scontato tutto quello che c’è stato per raggiungerla”, ha spiegato Chazelle durante la conferenza stampa di presentazione del film alla Mostra del cinema di Venezia. “Ho capito davvero cosa fossero le navicelle dell’epoca solo visitando i musei. Erano così piccole, sembravano delle lattine volanti. Ho cercato di far percepire la sensazione dello spazio vuoto e del nero oltre gli occhi degli astronauti, del viaggio e della ricerca di un luogo dove atterrare. E ho provato a far capire quali sono stati i sacrifici affrontati dalle varie persone perché tutto fosse possibile”.

First man: la trama

Quella raccontata da Chazelle non è la storia che chiunque immaginerebbe cucita addosso al primo uomo che atterrò sulla Luna. È una storia fatta di traguardi e di fallimenti. È la carriera ed è la vita privata. Ed è anche la tragedia più grande di tutte: la perdita di una figlia, piccolissima, per un tumore.

Chazelle racconta gli otto anni di addestramento, la vita in un matrimonio e poi racconta l’Apollo 11. Quella navicella piccolissima, angusta e con un’elettronica che oggi sembrerebbe antidiluviana.

Se in passato avevamo assistito alla celebrazione dell’eroe, Chazelle regala uno sguardo più intimo e, comunque, individuale. Spesso facendoci pensare come Armstrong, facendoci vivere nella sua testa, nelle sue paure. A volte con il contraltare della moglie Janeth (interpretata da Claire Foy).

Quindi nel mezzo c’è tanta passione, tantissimo studio, ma anche tanta vita. Perché la storia la conosciamo tutti, ma è quello che c’è dietro a essere ancora misterioso (e più affascinante).

First man: la recensione

Il film è in sottrazione. L’eroe Neil Armstrong è in realtà l’antieroe Neil Armstrong. L’interpretazione di Gosling è ottima ma, anch’essa, in sottrazione. Il tutto è quasi stilizzato e a fare da colonna sonora sono i rumori. Tantissimi, fastidiosi, a volte insopportabili.

Come se, dopo l’universo favoloso (a volte persino kitsch) di La La Land, Chazelle e Gosling avessero voluto dimostrare che loro sono anche altro. E infatti fanno un film che è l’opposto del precedente.

Qualcuno ha detto che il protagonista può esser definito inespressivo. Tuttavia l’inespressività non è tale, ma appare una scarnificazione volontaria. È la voglia di Chazelle di raccontare una storia nella sua essenza, a cui fa da specchio l’interpretazione di Gosling.

Dall’altro lato è da segnalare la prova di Claire Foy: energica, tenace. Donna in parte non curante dell’essere la moglie del primo uomo sulla Luna, dall’altro lato sempre pronta a seguirlo in giro per gli Stati Uniti.

È un film “maschio”, in cui a farla da padrone è la durezza dell’allenamento per arrivare a essere Neil Armstrong. Sono le lacrime, è il sudore. Il famoso iceberg, imponente, ma di cui si vede solo la punta. L’impressione è quella di essere coinvolti in quell’universo di ferraglia. Universo minuscolo. E, pur in una sala enorme come quella del Palazzo del Cinema, la sensazione è claustrofobica: costretti in quello spazio minuscolo dell’Apollo 11, in tre, con i continui rumori che quasi impediscono di dormire.

Visione claustrofobica che non trova respiro neanche nello Spazio: appena accennato. Chazelle non si lascia andare alle classiche riprese, regalando al pubblico la visione dell’universo. Dimenticatevi quindi film come Gravity. Lo Spazio è poco, la navicella è piccola ma è protagonista immensa. Gli occhi sono quelli di Neil Armstrong e l’obiettivo è soffrire con lui.

Perché il film è sofferenza. Lo è nelle prime immagini, nell’addestramento. Lo è nel privato, dove una carriera fatta di sacrifici entra anche tra le mura di casa, con lotte e dolori. E lo è nello Spazio. Che è poco, appunto.