Venezia 76: Seberg, la recensione del film con Kristen Stewart

La storia vera dell'attrice Jean Seberg, spiata e umiliata dall'FBI perché sostenitrice della causa afroamericana.

Spettacolo

Con i suoi capelli corti, Kristen Stewart è stata l’attrice più “rock” di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2019: l’abbiamo vista sfilare sul red carpet del Palazzo del Cinema prima della proiezione di Seberg, il nuovo film del giovane regista Benedict Andrews, fuori concorso al Festival e dedicato alla vita dell’attrice statunitense Jean Seberg.

Seberg: trama

Attrice amatissima, di talento e bellissima donna, a Jean Seberg stava stretta questa semplice concezione che gli americani avevano di lei. Siamo sul finire degli anni Sessanta. L’attrice – profondamente attenta alla politica – sposa la causa afroamericana, dopo aver conosciuto a Los Angeles un leader del movimento del black power: diventa così tra le immagini mediatiche della protesta, il volto più noto e di maggior richiamo. Di conseguenza, finisce nella lista nera di una certa America. In particolare dell’FBI, che quindi la mette sotto sorveglianza tramite la persona dell’agente Jack Solomon (interpretato da Jack O’Connell).

Kristen Stewart (Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/WireImage, )

Inizia così la distruzione dell’attrice e la distruzione della donna, continuamente controllata tramite delle cimici. La relazione extraconiugale tra la Seberg e un attivista diventa immediatamente di pubblico dominio, al fine di screditare l’immagine dell’attrice di fronte all’opinione pubblica: inizia a quel punto lo spaesamento di Jean Seberg, che si ritrova a combattere una personalissima battaglia contro i mulini a vento. Consapevole di essere sotto la lente di ingrandimento di qualcuno, senza conoscerne l’identità e senza sapere la ragione. Quindi avvolta nel tunnel dell’ossessione. Morirà ad appena 40 anni.

Seberg, recensione

Il film ben riesce a regalare l’immagine del tunnel di ossessioni da cui viene inghiottita Seberg: sospettosa, paranoica. Il tutto, però, si trasforma in una sorta di agiografia di Jean Seberg. Agiografia, tuttavia, fine a se stessa. Lo scopo “documentaristico” che sta alla base di ogni storia realmente accaduta lascia spazio allo sguardo compassionevole e alla necessità di riabilitazione dell’attrice: necessità persino più pressante del desiderio di verità nella narrazione. L’obiettivo ultimo della pellicola è quello di regalare nuova dignità all’attrice e alla donna.

Il risultato, tuttavia, è stucchevole, in una continua ricerca di giustificazioni e in un manicheismo diventato fastidioso: da un lato Jean Seberg, immacolata; dall’altro l’FBI, disposto a tutto pur di spingere la “propria verità”. Capace di distruggere l’immagine pubblica di una donna, colpendola nella sua intimità, con il fine di raggiungere un fine più grande. L’interpretazione di Kristen Stewart ben si inserisce all’interno di questo disegno, con un continuo sguardo compassionevole su se stessa: sguardo che, con l’avanzare della pellicola, diventa sempre più irritante.

Kristen Stewart a Venezia 76 (foto Getty Images)

Il regista vuole indicare la verità, la bontà, lasciando allo spettatore un ruolo estremamente passivo. Impedendogli, se non di parteggiare per l’una o per l’altra parte – la correttezza delle ragioni di Seberg è oggettiva -, quantomeno di cogliere le sfumature della situazione. Il film quindi è un “bianco e nero” nel quale non c’è spazio per le mediazioni.