Sicuramente “Alice in Wonderland” è stato atteso spasmodicamente, sia perché la regia porta una firma di fama stratosferica quale quella di Tim Burton (autore di capolavori come “Edward mani di forbice” e “Big Fish”) sia perché segna il ritorno nel mondo mediatico di uno dei capolavori della letteratura mondiali: “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol.

Le vicende vedono protagonista Alice (Mia Wasikowska) alle prese con una noiosa vita aristocratica che detesta. Circondata da persone invidiose e destinata a sua insaputa in matrimonio a un nobile che non ama, la diciannovenne si ritrova per un furtuito caso di nuovo catapultata in quel mondo onirico dove era già capitata da bambina.

Oltre a incontrare vecchie conoscenze come il Cappellaio Matto (Johnny Deep), il Bianconiglio (Michael Sheen) e la Regina Rossa (Helena Bonham Carter), Alice si ritroverà ad adempiere una profezia che prevede l’uccisione del terrificante Ciciarampa da parte di un paladino, mettendo così fine al regno di oppressione dellae Regina Rossa. Sarà veramente la bella Alice l’eroina prescelta per tale impresa?

Osservando l’inizio del film, l’ultima opera di Tim Burton si mostra promettente: un’atmosfera fiabesca degna di una produzione burtoniana, caratterizzata da mondi psichedelici, visioni oniriche dense di simboli, e tanti effetti speciali. L’apparizione dei vecchi grotteschi personaggi, specialmente quella dell’eccentrico Cappellaio Matto, fa assaporare allo spettatore quel vecchio pathos offerto dal cartone degli anni ’50 e, soprattutto, tipico dei romanzi di Carrol.

Sfortunatamente però tutto ciò viene ben presto inglobato da uno script narrativo troppo conformato sulle produzioni hollywoodiane standard, basato su cliché fin troppo noti e dall’esito prevedibile e scontato. Ciò snatura totalmente lo spirito dell’opera originale di Lewis Carrol, dove tutto faceva perno sugli indovinelli, le visioni psichedeliche e le allegorie. Nel caso invece di “Alice in Wonderland”, lo spettatore amante dell’originale deve accontentarsi di quei pochissimi tratti grotteschi fedeli allo spirito carroliano espressi nei bizzarri personaggi (il testone della Regina Rossa su tutti), ma che comunque alla fine costituiscono una mera contemplazione estetica slegata dalla logica degli avvenimenti.

Anche sul lato delle interpretazioni non siamo sui massimi livelli: la Wasikowka appare poco calata nella parte, e anche Deep sembra un po’ sottotono (anche se, c’è da dirlo, il carisma del Cappellaio Matto viene falciato dal plot narrativo poco conforme all’essenza dell’opera).

Questo vuol dire quindi che l’ultima fatica di Burton sia un fiasco? Non proprio, perché tutto sommato il film scorre velocemente nelle sue due ore, e la spettacolarità della tecnologia 3D e della generale realizzazione tecnica del film aiuta molto a scacciare la noia. Certamente “Alice in Wonderland” non si rivela all’altezza di tutto l’hype generato prima della sua uscita, ma soprattutto fraintende in maniera evidente il senso dell’opera di Carrol.