Un uomo non può vedersi negato il diritto al congedo di paternità per il solo fatto che sua moglie è casalinga. Lo ha sentenziato il Tribunale del Lavoro di Venezia, che ha dato ragione a un dipendente della Questura che si era visto negare il congedo. Il giudice ha stabilito che si tratta di discriminazione.

L’uomo ha avuto così un indennizzo (di 9.750 euro) per il comportamento del suo datore di lavoro, lo Stato, che l’ha discriminato due volte: negandogli il congedo parentale, e giustificandolo con il concetto, erroneo, che la casalinga non lavora. Ma ormai la giurisprudenza è concorde: le attività domestiche sono equiparabili al lavoro non dipendente, e in quanto tale non si può pretendere che questo significhi di concerto che abbia il diritto, perlopiù esclusivo, ai permessi e ai tempi necessari per la cura del neonato.

Così, della vicenda dell'uomo - che aveva bisogno di occuparsi di una figlia neonata con gravi problemi di salute legati a un handicap - si è occupata la consigliera di parità di Venezia Federica Vedova, così come è stata un'altra donna, il giudice del lavoro Margherita Bortolaso, a decidere. Due donne che non hanno avuto alcun dubbio nel riconoscergli i danni derivanti da un comportamento discriminatorio che solitamente riguarda il gentil sesso.

L'orientamento generale è concedere i permessi parentali ai padri, figurarsi quando per qualche motivo la madre non ne ha il diritto o svolge un'attività domestica già faticosa che la distoglierebbe dalla cura piena del neonato, oppure quando - come in questo caso - il neonato richiede attenzioni particolari.

Fonte: Consigliera di parità della provincia di Venezia