Il Festival del Cinema di Berlino è stato vinto dai fratelli Taviani che si sono aggiudicati l’Orso d’Oro. In realtà, non si è trattato di una vittoria inaspettata: i registi erano tra i favoriti dei critici, tuttavia l’Italia non trionfava in questa occasione da ben 21 anni, per cui l’attesa non ha sminuito l’importanza dell’avvenimento.

Il film dei fratelli Taviani che ha vinto alla Berlinale si intitolava “Cesare deve morire” e trattava di un gruppo di detenuti nel carcere di Rebibbia intenti a mettere in scena il “Giulio Cesare” di William Shakespeare. Gli attori si sono recati a Berlino con il regista Fabio Cavalli.

Galleria di immagini: Cesare deve morire

Il fratelli Taviani hanno commentato così la vittoria:

«Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia, questi detenuti-attori hanno dato se stessi per realizzare questo film. E poi ci fa piacere vincere un premio in un festival come questo che non ha un indirizzo generico ma che al contrario ha un carattere molto specifico: cerca forze nuove e cerca forze che si appassionano a tematiche sociali. In questo momento io penso che anche nelle celle di Rebibbia i nostri attori, i nostri amici, i nostri complici, perché quando si fa insieme un’opera siamo dei complici, penso che siano là e penso che come noi ci sentiamo vicini a loro, loro si sentano vicini a noi. Questo film combina tante cose, Shakespeare entra dentro Rebibbia. E io penso che questa esperienza forte ci rimarrà dentro sempre, anche come contraddizione, e comunque come grande momento di qualità.»

L’Italia si è fatta valere anche con un’altra pellicola, «Diaz, non pulire questo sangue» di Daniele Vicari, che è uno dei tre film della sezione Panorama che ha vinto il premio del pubblico. Con lui anche il film yugoslavo “Parada” di Srdjan Dragojevic e il brasiliano “Xingu” di Cao Hamburger. “Diaz” parla delle umiliazioni e le violenze perpretrate in una scuola genovese, contro civili ritenuti black block durante il G8.

Daniele Vicari ha commentato a proposito dell’impegno sociale che investe il cinema in particolare in concorso alla Berlinale:

«È importante aver fatto un film sui fatti del G8 di Genova perché allora ci fu una vera e propria sospensione dei diritti civili. E questo in un momento particolare in cui convogliarono a Genova ragazzi da tutto il mondo, di diversa estrazione sociale e politica, per contestare un sistema e un modo di essere. Non credo che si possa parlare di complotto da parte dei vari paesi per la tiepidità delle loro reazioni nei confronti di quello che successe ai loro connazionali nelle scuola Diaz. Ma certo non fecero troppo rumore per protestare per quello che era successo, insomma nessun complotto, ma sicuramente fece comodo. Di fatto quel movimento, allora, trovo uno stop che dura da dieci anni.»

Fonte: Ansa.