Henry”, terzo lungometraggio dai toni noir del regista Alessandro Piva, arriva nei cinema italiani dopo la presentazione in anteprima al {# Torino Film Festival} del 2010 dove si è guadagnato il Premio del Pubblico. Ispirato liberamente al romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo, il regista che ha esordito sul grande schermo con l’apprezzato “LaCapaGira” nel 2000, ritorna sul grande schermo con una storia ambientata in una Roma di periferia cupa e violenta, fatta di gangster, droga e violenza che spezza i cliché della città da cartolina che spesso troneggia nelle solite immagini cinematografiche.

Galleria di immagini: Henry

A dare vita ai personaggi di “Henry” ci sono Carolina Crescentini, che offre una prova interessante e degna di nota, Claudio Gioè, già visto ne “I cento passi” e nell’acclamato “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, e il Michele Riondino, attualmente impegnato con il ruolo del giovane Montalbano e nelle sale con “Gli Sfiorati” di Matteo Rovere. Con loro, i bravi Paolo Sassanelli e Dino Abbrescia insieme a Max Mazzotta, Alfonso Santagata e Pietro De Silva, altro volto della nuova saga dedicata alla gioventù del commissario nato dalla penna di Andrea Camilleri.

Nella Roma periferica di Tor Pignattara, il commissario Silvestri (Gioè) si ritrova a indagare su un duplice omicidio che vede coinvolta la coppia formata da Nina (Crescentini) e Gianni (Riondino), la prima insegnate d’aerobica dalle amicizie poco raccomandabili e il secondo un tossico poco affidabile. Sullo sfondo tormentato della notte della Capitale, si inseguono e s’intrecciano le storie di una gang di malavitosi del sud Italia e una banda di africani che puntano al dominio incontrastato sul giro della droga.

L’eroina, l’Henry del titolo della pellicola di Piva, è il filo conduttore della tre giorni nella Roma più oscura che sia stata raccontata negli ultimi anni; niente stucchevoli storie d’amore, gioventù alle prese con la noia e la monotona routine a base di soldi sonanti, o immagini patinate: c’è azione in primo piano, alla stessa altezza dei dialoghi che pungono come frecce al curaro, con un certo richiamo al umorismo nero e penetrante del Quentin Tarantino di Pulp Fiction.

Nato come film a basso costo con un budget da un milione e mezzo di euro e girato completamente in digitale con tanto di montaggio eseguito dallo stesso regista, “Henry” affronta a viso scoperto la convivenza tra malavita e forze dell’ordine restituendo un prodotto che coinvolge e soddisfa, senza lasciare neanche per un momento l’amaro in bocca agli spettatori, nonostante gli inevitabili nei di una produzione dai mezzi ridotti.

Sebbene sia esplicito l’intento di Piva di non puntare il dito contro ciò che è il bene e il male, la pellicola gioca con mano piuttosto pesante sullo stereotipo della periferia malandata e sofferente, in netto contrasto con l’aria snob e radical chic di quartieri più altolocati, incensati da racconti più o meno riusciti di registi che sembrano non riuscire a svincolarsi dalla loro aura di superiorità. Un peccato veniale, forse, che di certo non intacca il gusto di un esperimento godibile e ben sfaccettato, fatto di personaggi complessi e ambigui sul filo del surrealismo.