«La maternita non è un fatto solo di donne». Questo è il passaggio più al femminile del lungo intervento del Ministro Elsa Fornero ieri a Palazzo Chigi, durante la conferenza stampa di presentazione della riforma del lavoro che il governo si appresta a portare all’attenzione del Parlamento. Alcune promesse sono state mantenute: dimissioni in bianco e congedi di paternità.

Nei mesi scorsi il Ministro aveva ribadito il suo impegno a contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco, che sparirà grazie a una norma apposita contenuta nella riforma del lavoro. Anche sul congedo parentale è stato trovato un accordo all’italiana, per cui si farà un esperimento triennale per valutare l’efficacia: i costi per la paternità obbligatoria saranno coperti inizialmente dallo Stato (e non dalle aziende).

Il metodo del tavolo di concertazione ha prodotto un accordo quasi totale – se si esclude il pesante no della CGIL, che sta già organizzando uno sciopero – che verte su due principi: modificare la flessibilità in uscita a fronte di minore flessibilità in entrata; dire addio alla mobilità per recuperare i miliardi necessari per sostenere la nuova occupazione invece di tenere in stato vegetativo la disoccupazione.

Il termine più in voga è “universalismo” e lo ha spiegato la stessa Fornero:

«La mobilità è oggi riferita a 4 milioni di lavoratori, e noi vogliamo portare l’Aspi su una platea più grande, di 12 milioni. Verremo criticati, ma pensiamo così di dare una risposta ai segmenti deboli del mercato del lavoro»

Ma cos’è questo Aspi? L’assicurazione per l’impiego entrerà a regime nel 2017 – ci sarà quindi una fase intermedia – e serve a modificare per sempre la mentalità italiana (e sindacale) per cui si difende il posto di lavoro invece del lavoratore: un meccanismo per cui si continuano a spendere miliardi per la cassa integrazione, pagata dall’Inps (cioè da coloro che poi non riceveranno la pensione perché i lavoratori giovani pagano le pensioni dei vecchi e non le proprie) per tenere in vita occupazioni e aziende spesso già finite.

Nei prossimi anni, gli ammortizzatori sociali saranno legati alla protezione di chi perde il proprio lavoro, dandogli la possibilità di avere il tempo necessario per cercarne un altro (invece di alimentare il nero che finisce per portare via lavoro a chi è realmente e totalmente senza un salario).

Una flexycurity all’italiana, perché ancora non ha il coraggio di pesare sulle aziende che licenziano (le quali peraltro non avranno più l’incentivo ad assumere dipendenti in mobilità), ma che almeno copre gli ammortizzatori con una spesa per lo Stato inferiore a quella di oggi, riuscendo a tutelare anche quelli con contratti a tempo determinato, fino a oggi completamente abbandonati. Basteranno due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane nell’ultimo biennio e si riceverà un assegno massimo di 1.119 euro, con abbattimento dell’indennità del 15 per cento dopo i primi 6 mesi e un ulteriore 15 per cento di abbattimento dopo altri 6 mesi. Durerà 12 mesi per gli under 55 e 18 mesi per gli over 55.

Fonte: Governo