Reboot della serie dedicata a “Il pianeta delle scimmie”, arriva nelle sale cinematografiche italiane “L’alba del pianeta delle scimmie“, diretto dal regista britannico Rupert Wyatt al suo secondo lavoro dopo il degno di nota “Prison Escape” (“The Excapist”). Riscrivendo almeno in parte l’incipit del capostipite della saga con Charlton Heston, il film punta l’attenzione su Caesar, il giovane primate che scatenerà la guerrà contro gli uomini dando una nuova svolta al processo evolutivo.

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Nel cast, James Franco, reduce dal successo e dalla nomination all’Oscar per “127 Hours”, e Andy Serkis, ormai diventato una certezza nell’ambito della motion capture oltre ad aver infilato alcune interpretazioni in vesti “umane” degne d’interesse, interpretano rispettivamente lo scienziato e lo scimpanzé Caesar, affiancati da John Lithgow e Freida Pinto. Per la gioia delle più giovani, anche Tom Felton, il biondissimo Draco Malfoy della saga di {#Harry Potter}, compare nella pellicola, perfettamente a suo agio nel ruolo del perfido guardiano Dodge Landon.

Il giovane ricercatore Will Rodman sta studiando di una cura per l’Alzheimer, malattia da cui è affetto anche il padre Charles (Lithgow). Grazie alle sue ricerche, Will riesce a ricreare un virus in grado di riparare i danni cerebrali provocati dal morbo e a sperimentarli su degli scimpanzè. Quando la situazione in laboratorio diventa ingestibile a causa dell’aggressività degli animali, il progetto viene chiuso e il giovane scienziato decide di tenere con sé Caesar, il piccolo primate che risulta il più brillante tra le cavie usate per la sperimentazione. Col passare del tempo, il pacifico animale comincia a sviluppare gli stessi sintomi dei suoi simili, oltre a un’intelligenza che lo porterà a diventare il capo della rivolta contro gli umani.

Come recita la tagline originale, è “l’evoluzione che diviene rivoluzione” la protagonista indiscussa della pellicola; un viaggio in due fasi distinte e separate che portano il giovane scimpanzé a percorrere la strada che lo divide dallo status di schiavo a quello di padrone, sopra quel mondo che non riesce a vederlo se non come mostro. Ottima in questo caso la creazione del personaggio di Caesar, grazie a un sapiente lavoro di computer grafica e motion capture di cui Serkis ormai è completamente padrone; sono le sue espressioni, le sue reazioni a dipingere il volto del primate, lasciando trasparire senza possibilità di fraintendimento i suoi veri sentimenti minuto dopo minuto.

La dinamicità e la soggettiva scelte da Wyatt rendono “Rise of the Planet of the Apes” un preziosa nuova chiave di lettura agli eventi che accadono nei film precedenti, aprendo di nuovo le porte a uno dei capolavori più amati del cinema di tutti i tempi. La mancata collocazione temporale impreziosisce poi tutto l’insieme, creando un claustrofobico senso di catastrofe imminente, con la vibrante sensazione di trovarsi da un momento all’altro all’interno di una situazione al di fuori degli schemi naturali a cui siamo abituati.

Nato sotto l’auspicio del blockbuster, la pellicola riesce lo stesso a non farsi intrappolare dai cliché del genere, strizzando a tratti l’occhio alle citazioni e agli omaggi senza però lasciarsi sopraffare dal peso del capostipite o dalla necessità di venire incontro alle aspettative dei puristi della saga. L’umanità, perché di questo si tratta, degli animali non gioca con i sentimenti degli spettatori, alla ricerca di un finto buonismo fuori luogo, ma disegna proprio l’essenza del lavoro del regista, lasciando emergere in silenzio quella che è il punto di vista del racconto, il protagonista in cui ritrovarsi già dalla prima metà del film, quando tutto è ancora da scoprire.

Se gli appassionati de “Il pianeta delle scimmie” non dovessero ritrovarsi in questo ritorno alle origini, saranno di certo i nuovi spettatori a godere dello stile e della cura per l’estetica. Un solo consiglio: evitate la fuga dalle poltroncine al primo accenno di titoli di coda, potreste perdere una gustosa chicca per cui mangiarvi le mani.