Sono arrivati a scuola con la pantera della polizia, hanno fatto uscire il bambino dalla classe, una quinta elementare, per portarlo in una struttura protetta. Trascinato via a forza, con i parenti che urlavano contro i poliziotti, colpevoli di eseguire un’ordinanza della sezione Minori della Corte d’Appello di Venezia. Ma le immagini riprese dalla zia e trasmesse da «Chi l’ha visto» hanno sconvolto tutto il paese e sono arrivate in Parlamento. La vicenda del piccolo di Cittadella (Padova) figlio di due genitori separati non è più relegata al dolore di due famiglie.

Quei tre minuti di urla, lacrime, un bambino di dieci anni con la sua tuta celeste che vuole restare con la mamma, sono difficili da digerire. Il Ministro Cancellieri, titolare degli Interni, si è detta «profondamente turbata» e ha avviato un’inchiesta interna. I presidenti delle due Camere, Schifani e Fini, hanno già calendarizzato i question time del Governo per riferire ai deputati.

Bisogna subito chiarire la vicenda, perché le immagini da sole possono banalizzare la questione. L’intervento del giudice è solo l’ultimo di una sequela infinita di diatribe legali tra due genitori separati. La madre, alla fine, è stata accusata di aver indotto una sindrome, la PAS, sindrome da alienazione parentale. Un disagio psichico molto grave e pericoloso per lo sviluppo del bambino, il quale subisce un abuso emotivo da parte di un genitore che lo convince della non-esistenza dell’altro genitore, oppure della sua pericolosità.

Da qui il comportamento del bambino, il rifiuto ad andare col padre, dal quale non è il caso di trarre facili conclusioni: il bambino è realmente convinto che suo padre (un avvocato, che era insieme ai poliziotti) sia autoritario, cattivo, che lo maltratti. Ma uno staff di psicologi, assistenti sociali, a supporto del tribunale, hanno stabilito che è frutto della manipolazione dell’altro genitore. Col passare del tempo, i suggerimenti e i condizionamenti del discorso adulto sui figli vengono archiviati come fatti reali nella loro coscienza.

Non ha importanza che questa diagnosi sia vera o soltanto presunta: si tratta di una diagnosi dopo una lunga osservazione e che si deve rispettare. Dunque tutto a posto? Non proprio. Perché se è vero che in precedenza era stato tentato di tutto per prelevare il bambino ma i parenti si erano opposti – da qui il blitz della Questura a scuola – e che ci sono stati ben quattro provvedimenti del tribunale, prima di questo, per convincere la madre a modificare il proprio comportamento permettendo al padre di vedere più spesso il figlio secondo gli accordi post-separazione, è altrettanto vero che il metodo è sembrato a tutti decisamente goffo ed eccessivo.

Tra gli addetti ai lavori si sono levate molte critiche. Il presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, Edda Samory, ha sottolineato che l’evento non era stato adeguatamente preparato:

«Quello che abbiamo visto è molto grave e ci auguriamo che in futuro non venga più utilizzata la forza in situazioni analoghe. Siamo sorpresi e scioccati dalle modalità con cui si è svolto l’intervento di allontamento del minore. Una cosa salta all’occhio: l’allontanamento non era stato adeguatamente preparato. Qualsiasi persona, che sia un minore, un adulto o un anziano che deve essere allontanata, va preparata all’eventuale cambiamento.»

La sociologa Chiara Saraceno è stata ancora più schietta:

«Soltanto l’imminente pericolo di vita potrebbe giustificare un episodio come quello di Padova. Che cosa si deve fare per convincere un bambino ad accettare una sentenza che lo separa da uno dei due genitori? Di certo non un sequestro di persona

Anche da parte dei vertici della polizia trapela qualche imbarazzo, anche se al momento si punta il dito contro la spettacolarizzazione dell’evento. Così come la preside della scuola, Marina Zanon, che ha tenuto a specificare che gli altri bambini non si sono accorti di nulla.

mamma figlio conteso

Ombretta Giglione, mamma del bambino, in lacrime.

Eppure, si avverte la sensazione di una grande sconfitta, di tutti. La madre, Ombretta Giglione, laureata in farmacia, ha rilasciato dichiarazioni molto composte, che mostrano di sapere bene cosa è accaduto – ha perso la patria potestà da cinque anni – e critica fortemente la diagnosi:

«Secondo la sentenza, se il bambino non viene prelevato dalla famiglia materna e resettato in un luogo neutro, come una sorta di depurazione, non potrà mai riallacciare il rapporto con il padre. Tutto questo in base a una scienza spazzatura che arriva dall’America. […] Ci sono modi più civili per far riallacciare i rapporti tra padre e figlio. Leonardo vedeva suo padre in incontri protetti una volta alla settimana, ogni settimana.»

Di parere ovviamente opposto il padre, che ha addirittura affermato di aver salvato suo figlio:

«La corte d’Appello di Venezia ha deciso di far decadere la patria potestà della madre e il motivo di ciò è consistito nell’aver attuato un ostruzionismo strenuo che ha impedito la frequentazione tra me e io mio figlio. Per cui, di fatto, il bambino non l’ho più visto. Anche perché il comportamento della madre e dei suoi familiari ha cagionato al bambino una psicopatologia secondo la quale mio figlio è esposto a un rischio altissimo di patire dei disturbi mentali nel corso dell’evoluzione. […] Penso come padre di aver diritto a frequentarlo come mio figlio, ancor prima, ha diritto di frequentare me e quindi di avere un padre. Io e la mia famiglia siamo stati totalmente eliminati dalla vita di mio figlio per periodi lunghissimi. È una situazione drammatica che non auguro a nessuno.»

Su questa vicenda ciascuno potrà farsi una sua opinione, probabilmente legata alla propria biografia, a quel grumo di emozioni, sentimenti, storie personali che ci impediscono di avere una visione oggettiva quando si tratta di eventi così intimi e traumatici. Ma una cosa è certa: in questo paese manca una cultura del divorzio all’altezza della nuova legge sull’affido congiunto. È insufficiente scrivere nero su bianco che i figli sono di entrambi i genitori (perché si divorzia dal coniuge, mai dai figli) se poi la mentalità resta quella di usare i figli allo scopo di colpire l’ex partner.

I bambini devono mantenere due genitori (come afferma la nuova legge) e quindi il conflitto va superato affinché entrambi possano decidere insieme cosa è meglio per loro. Devono avere il permesso di amare anche l’altro genitore. L’amore per i figli si manifesta anche con il rispetto per le idee e le scelte dell’ex partner.

Pur separati, i genitori devono essere uniti come genitori, accettando il fallimento del matrimonio. Questo è l’unico modo per tutelare i figli, una soluzione etica che tiene conto dei diritti di tutte le persone coinvolte.

È difficile separare la storia coniugale da quella genitoriale, e se le premesse sono l’attribuzione di colpe e responsabilità, la ricerca di alleati all’interno della famiglia, tra amici, avvocati e professionisti vari, allora ci saranno due eserciti pronti a scontrarsi. Dimenticandosi della presenza e del benessere dei bambini.

Fonte: Ansa