È scoppiata la guerra tra Poste Italiane e sindacati importanti come CGIL e CISL, infuriati per il contratto dell’azienda – firmato da sigle minori – che non prevede premi di produzione (circa 140 euro) per le mamme lavoratrici in congedo di maternità obbligatorio.

Un putiferio che è arrivato – come capita spesso ultimamente – sulla scrivania del Ministro Elsa Fornero, destinataria di una lettera firmata da Barbara Apuzzo e Caterina Gaggio, responsabili del Coordinamento Nazionale Donne rispettivamente di Slc Cgil e Slp Cisl, che punta il dito contro questa iniziativa che ovviamente non hanno alcuna intenzione di sottoscrivere:

«Poste Italiane ha sottoscritto un accordo separato che toglie 140 euro di Bonus alle future mamme. L’astensione obbligatoria per maternità viene equiparata infatti (insieme all’infortunio sul lavoro!) all’assenza per malattia e, a meno che la lavoratrice interessata non decida di violare la Legge e di presentarsi al lavoro anche quando è OBBLIGATA a stare a casa, perderà 140 euro di salario.»

Assomiglia molto alla vicenda delle lavoratrici FIAT, anche loro escluse dai bonus una volta acceduto agli assegni di maternità.

Ora, per carità, è comprensibile anche la posizione di un’azienda, come nel caso delle Poste (145mila dipendenti, di cui il 53 per cento donne) che fino a prova contraria si è guadagnata il bollino rosa, nel 2007, proprio per la sua attenzione verso le politiche di conciliazione e di parità di retribuzione. Ma l’equiparazione con la malattia e la sottoscrizione del contratto con sigle (Uil Poste, Failp-Cisal, ConfsalCom e UglCom) che rappresentano a malapena un lavoratore su quattro non giocano a suo favore.

Il concetto che guida Poste Italiane è facile da immaginare: visto che le donne accedono, in caso di maternità, a congedi ampi, che senso ha ammortizzare ulteriormente l’assenza con un premio di produzione alla quale, statisticamente, la lavoratrice non può aver dato lo stesso tipo di contributo? Da qui il modello di contratto: un bonus legato a un monte ore di presenza effettiva sul lavoro, dal quale vanno tolte però la malattia, le ferie non previste e, appunto, la gravidanza. Casi già indennizzati, dall’INPS, dall’INAIL, o dal datore di lavoro medesimo.

Infatti questa è la difesa dell’azienda, che ha già replicato agli strali della Camusso:

«Con l’accordo si è voluto introdurre uno specifico istituto con l’obiettivo di valorizzare e riconoscere in modo particolare il contributo prestato da ben 32.000 lavoratrici e lavoratori che effettuano la loro attività senza alcun tipo di assenza. (…) Il sostegno alle politiche familiari si concretizza con l’integrazione delle indennità previste per legge in caso di congedo per maternità che consente di erogare il 100% della retribuzione a fronte del 80% riconosciuto dalla legge.»

C’è però anche da sottolineare come questo bonus non sia un premio di produzione reale, ma solo un premio legato alla presenza del lavoratore. Quindi, almeno in teoria, una lavoratrice mamma può aver dato un contributo, nel periodo di lavoro, paragonabile al dipendente uomo.

Pare insomma che per le Poste non si tratti di una discriminazione di genere, mentre per la Camusso, molto battagliera sull’argomento, sì, e sono arrivate lettere anche alle deputate in Parlamento per sostenere questa tesi. Battaglia di principi o di retroguardia?

Fonte: CGIL